Un mese, è passato un mese da quando siamo ufficialmente entrati in questa curiosa nuova fase della nostra vita di genitori, quella degli empty nester. Avevamo avuto, grazie al Covid, sei mesi supplementari prima di salutare tutte le nostre ragazze e di ritrovarci, 23 anni dopo, in una casa un po’ più vuota, nettamente meno rumorosa e infinitamente più ordinata.
Ammetto che le settimane prima del ritorno all’università delle ragazze, ero un po’ in apprensione, pensavo alla me che di colpo si sarebbe trovata a dialogare con il gatto realizzando che i figli ad un certo punto prendono il volo, senza possibilità di bloccarne il decollo. Un mese dopo posso dire che il tutto è molto più semplice e naturale di quel che potessi immaginare.
I figli vanno perché hanno l’età per farlo e noi siamo pronti ad accettarne la partenza proprio perché loro sono pronti per andare e costruire una vita tutta loro, nella quale saremo sempre più lontani osservatori, anziché attivi protagonisti. Ma è bello cosi.
Non è male tutto sommato ritrovare tempi un po pi` dilatati, tempi di coppia, tempi per se stessi.
Certo i figli mancano, normale quando la quotidianità viene meno, ma rimane una qualità delle relazioni che è quella costruita con tenacia negli anni, nei dialoghi, nei gesti, e quella rimane e anzi sembra diventare ancora più forte.
Di colpo ti rendi conto che hai cresciuto degli adulti, autonomi, liberi, golosi di vita, ma pur sempre legati a te, capaci di vedere in te un punto di riferimento, e questo colma l’assenza, la colma con un calore intenso che traspare da ogni sorriso scambiato da dietro uno schermo, da ogni ti voglio bene gettato li alla fine di una telefonata, da quei mi manchi che non sono mai detti tanto per, ma sono detti con il cuore.
Sono sempre stata convinta che i rapporti, che siano familiare, d’amore, di amicizia, vadano nutriti non con la quotidianità, che certo è importante, ma con un qualcosa che va ben oltre un caffe condiviso e un stare spalle contro spalla a raccontarsi la giornata. l’ho provato sulla mia pelle per anni, i primi quelli passati a distanza con Paolo, i successivi vivendo sempre lontano dalla mia famiglia d’origine, i tanti passati con amicizie sparpagliate intorno al mondo, ma capaci di incontrarsi un po’ ovunque e riprendere sempre il filo del discorso come se il tempo non fosse passato.
Adesso vivo lontano da quelli che sono in assoluto i più grandi amori della mia vita, quelle tre che negli ultimi 23 anni hanno riempito il mio tempo, la mia mente, la nostra casa con risate, urla, pianti, giochi, vestiti, progetti, pensieri, quelle che mi hanno sicuramente fatto diventare la donna e la mamma che sono, quelle che mi hanno fatto incazzare e riempito di soddisfazioni immense, quelle che adoro nel loro essere assolutamente diverse da come avrei potuto immaginarle, ma assolutamente perfette proprio per questo.
Adesso continuo a pensare quello che per anni ho pensato, espresso e declamato: amare vuol dire lasciare andare, amare vuol dire essere capaci di stare sulla riva e osservare chi parte, amare vuol dire essere felice per i progetti che portano in mille direzioni diverse, amare vuol dire mollare la mano di un figlio all momento giusto ed essere felice di vederlo camminare da solo.
Un mese e direi che sarò felice quando le riabbraccerò una dopo l’altra per quelle parentesi di tempo prezioso insieme che ci regaleremo, per quegli spazi di quotidianità che ritorneranno ancora e ancora, per quegli abbracci che potremo darci senza uno schermo di mezzo, ma posso anche dire che sono felice adesso a vederle cosi, dove sono, dove devono essere, con tutto da costruire e l’entusiasmo infinito per farlo.

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