6 anni fa a settembre ero su un taxi che da Manhattan mi portava a JFK. Chiara aveva appena incominciato l’università a NYU e Federica era all’inizo del suo terzo anno.

Avevamo appena comprato un appartamento delizioso nell’Est Village, che mi dava un senso di casa nel paese che, per oltre cinque anni, ci aveva regalato bellissimi momenti. Paolo, Camilla ed io, avevamo da pochissimo posato le valige a Stoccolma. Era l’inizio della nostra avventura svedese, il container con tutte le nostre cose stava ancora navigando. Da li a poco avremmo finalmente sballato tutto e ricreato quel senso di nido necessario per veramente dare il via ad una nuova parentesi di vita.
Guardavo sfilare New York fuori dal finestrino, piccole lacrime all’angolo degli occhi, una stretta lieve in mezzo al petto. Lasciavo le mie “bambine”, salivo su un aereo per atterrare in un altro continente. Noi tre in Europa, loro due in America. Chiara aveva 17 anni, Federica 19. Erano contente nella loro vita da studenti, e noi felici di muovere i primi passi in un paese tutto da scoprire, ma non era semplice, non lo è mai quando ci si allontana, quando le vite si separano per percorrere ognuna la propria strada. Man mano che lasciavo la città alle spalle, scrivevo, come spesso faccio, ciao ragazze, io vado. Appunti confusi e istantanei di un cuore che si allontana lasciando indietro piccoli pezzi fondamentali.
Oggi ho fatto un po’ un percorso simile. Rientro in Canada e lascio a Londra due delle mie ragazze. Lascio il vecchio continente e rimetto un oceano tra me e tre dei quattro pezzi più importanti del mio cuore. Proprio come allora, nel senso inverso però, le nostre cose stanno navigando. Il nostro container ieri si stava avvicinando alla foce del Saint Laurent, un paio di giorni e sarà in porto a Montreal.
Sono passati sei anni, in un certo senso, è una bella storia che di ripete, in un susseguirsi quasi uguale di eventi. Io che ho la testa nella mia avventura successiva e mi nutro degli sguardi delle mie figlie sorseggiando un ultimo caffè insieme. I punti interrogativi che si affollano, ancora un abbraccio e poi vado.
Tra quella corsa in taxi di allora e quella di oggi ce ne sono state tante molto simili, mai mai con la stessa combinazione precisa di eventi, un container che sta per attraccare, il vero inizio di una nuova vita, io che corro ad organizzarla al meglio, per poi viverne una piccola parentesi tutti insieme.
Oggi, come allora, fa sempre un po’ male separarmi da loro, probabilmente sarà così per sempre, ma oggi come allora mi dico che i figli vanno accuditi, guidati e poi lasciati andare. Saremmo dei grandi egoisti a volerli sempre con noi, a tarpar loro le ali che devono necessariamente portarli lontano, verso il futuro.
Il tempo di arrivare in aeroporto, oggi come allora, ho sorriso. Ho sorriso alle loro vite in costruzione, alla nostra nuova avventura, ai miei libri che chiusi nel container, con le foto, il divano e tutto ciò che fa casa, lentamente si avvicinano alla meta. Ho sorriso a tutte queste fantastiche opportunità che ci sono date, a noi e a loro, e ai momenti preziosi che passiamo insieme, capaci di colmare i piccoli vuoti dell’assenza.
Ciao ragazze io vado, ma vi aspetto tra pochissimo a casa, la nostra nuova casa!
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