Figli, espatrio, cambio casa.

Siamo nuovamente al bivio e proiettati verso un periodo di cambiamenti di cui, appena possibile, con calma, parlerò anche qui.

Come sempre in queste fasi di passaggio rifletto. Rifletto sulle scelte fatte, che non ho mai messo e non metto in discussione. Scelte che ovviamente hanno sfaccettature sulle quali soffermarsi a pensare. Rifletto soprattutto sull’impatto che hanno avuto sulle mie figlie quando erano piccine, e anche sulla crescita che le ha rese le giovane donne che sono.

Non è mai facile come genitori decidere per i nostri figli. Lo è ancor meno quando stesse nostre decisioni li portano ad essere trasportati da una parte all’altra del mondo. Li abbiamo fatti crescere in mezzo a cambiamenti continui. È stato un bene o un male?

Li abbiamo messi alla prova spesso, catapultandoli in mezzo a paesaggi sconosciuti, mondi da scoprire, meccanismi dei quali non facevano parte e per i quali non avevano un libretto d’istruzioni preciso. Solo e sempre grandi linee, consigli di massima, ipotesi, insomma il caos. Abbiamo chiesto tanto ai nostri figli, forse persino di più di quanto nello stesso tempo chiedessimo a noi stessi. Tutto sommato noi adulti abbiamo molte più risorse di loro, la maturità aiuta, e poi la scelta è sempre nostra. I bambini non chiedono di partire, di cambiare scuola, di prendere voli eterni per atterrare in aeroporti sconosciuti dove si parlano lingue dai suoni impronunciabile. I bambini chiedono stabilità e conforto.

Allora? Ma certo che la stabilità e il conforto glielo abbiamo dati, ma in modi forse meno canonici. Noi siamo stati stabilità e fulcro per loro, solo il contesto in cui essere questo punto immutabile cambiava e cambia.

Ma quanto è pesato e pesa su di loro? Difficile trovare una risposta, ogni figlio ė diverso, le sensibilità individuali entrano in gioco in modo profondo. Forse poi ci sono anche fasi della vita, momenti di passaggio, in cui l’instabilità è pesata di più. Penso all’adolescenza, che già di per sé è un momento super destabilizzante. Penso ai vari momenti di passaggio ad esempio tra un ciclo scolastico e l’altro, quando tu arrivi in gruppi consolidati e cerchi di inserirti con quel tuo bagaglio tutto speciale che è solo tipico a chi come te saltella da un mondo all’altro. Ho sempre trovato i ragazzi espatriati, i third culture kids, estremamente adattabili. La resilienza, tanto di moda, si applica loro in toto.

Oggi osservando mia figlia salutare la casa che è stata casa per i suoi anni a Stoccolma, e casa, punto fisso per i successivi nelle sue andate e ritorno da Londra, di colpo mi sono detta : “ abbiamo dato loro molto, ma li abbiamo privati di una cosa che non avranno mai, una casa in cui tornare, fissa, sempre la stessa. Una camera che li ha visti crescere e che trattiene in certi dettagli l’evolvere delle loro vite”.

Ecco nessuna delle mie figlie avrà la stanza dell’adolescenza in cui rifugiarsi, in cui andare a recuperare la memoria di una fase preziosa della loro vita.

Ognuna di loro ne avrà un ricordo, dolce sicuramente. Un ricordo che nel tempo avrà contorni sfocati, e in nessun modo potrà respirarne di nuovo l’atmosfera dal vivo. Sembra un dettaglio stupido, ma non lo è.

Camilla è l’unica ad aver vissuto con noi a Stoccolma. L’unica delle ragazze ad aver vissuto la nostra casa qui come la casa con la C maiuscola . Certo anche per le altre due casa è dove siamo noi, ma non hanno avuto qui quel ritmo di vita da vita di tutti i giorni e forse il distacco sarà più lieve.

Martedì lei ha fatto quello che tra un po’ di settimane farò anch’io, quello che ho e abbiamo sempre fatto prima di chiudere una porta per sempre, ha fatto il giro. Ha salutato le stanze, i muri, gli spazi che non sono solo camera, cucina, bagno, ma che sono ricordi, risate, momenti di vita, chiacchiere, lacrime, liti, abbracci. 

Oggi ho visto una piccola lacrima all’angolo dei suoi occhi, un leggero tremore nella sua voce, avrò la stessa lacrima e la stessa emozione quando toccherà a me dare l’ultimo giro di chiave, perché in un gesto così normale si rinchiudono molti più significato quando lo si fa per l’ultima volta.

Rispondi

Scopri di più da Come sopravvivere in giro per il mondo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere