Bilinguismo, paure e falsi miti.

Ho passato una buona parte della cena qualche giorno fa a rassicurare un neo papà sullo sviluppo linguistico del pargolo di 16 mesi, con mamma svedese e papà francese. Paure, dubbi, un mescolarsi di interrogativi, leciti certo, ma forse eccessivi. Sarà anche che noi non ci siamo mai fatti tante domande, non siamo mai stati presi dal panico per paura che le nostre fanciulle non imparassero la lingua locale, dimenticassero la nostra, rimanessero indietro negli apprendimenti.

person holding world globe facing mountain

Forse il fatto di essere cresciuta io stessa in una famiglia con due lingue intorno al tavolo da pranzo, mi ha fatto approcciare il problema in modo rilassato. Dall’inizio ho osservato le mie bambine assorbire, mescolare e soprattutto comunicare senza troppi freni, e dall’inizio ho visto il loro multilinguismo come un immenso regalo.

Il papà in questione si interrogava su come mantenere il francese in un paese non francofono, con una moglie svedese, che giustamente avrebbe comunicato nella sua lingua.

Sii te stesso“, gli ho detto naturalmente, “parlagli in francese, leggi storie in francese, metti la tua lingua sullo stesso piano di quella della mamma che è anche quella dell’ambiente circostante, non farti prendere dallo sconforto quando ti risponderà con pertinenza in svedese, anziché in francese“, scegliendo come spesso i bambini fanno la strada di comunicazione più immediata, che non rima con quella acquisita più profondamente ma con quella che gli viene fuori per prima durante la conversazione. Questo non vuol dire che la lingua non sia acquisita ma che, a volte, il nostro cervello possa scegliere la risposta più immediata, legata al contesto.

Lo vedo con le mie ragazze, anche adesso che sono adulte, se si parla di studi, di lavoro, spessissimo mi rispondono in automatico in inglese, perché nella loro mente sono due ambiti che si svolgono in inglese al 100%. D’altronde anche Paolo è più a suo agio nello spiegare il suo lavoro in inglese…

Per I primi vent’anni della mia vita ho sempre risposto in italiano a mio padre, e lui ha sempre parlato solo ed esclusivamente in francese con noi. Gli parlavo in francese solo se il contesto lo richiedeva, leggasi circondati da francesi, altrimenti non era necessario, lui capiva benissimo e io sceglievo la strada più rapida per comunicare con lui. Il risultato: il mio francese è perfetto.

Ci sono un sacco di preconcetti sul bilinguismo, come pensare che certi ritardi nel parlare dei bambini bilingue o multilingue siano legati al sovraffollamento linguistico. Molti logopedisti, non ferrati sul bilinguismo, o insegnanti monolingue, vedono il sottoporre i bambini a più lingue come un freno per lo sviluppo della parola nella lingua madre, quando invece diversi studi hanno provato il contrario.

Il bilinguismo di per sé non causa un ritardo di linguaggio, i ritardi sono dovuti a problemi diversi. Certo un bambino bilingue si trova ad affrontare due lingue contemporaneamente e di conseguenza, soprattutto nella fase in cui incomincia a formulare delle frasi, può avere un vocabolario in apparenza meno sviluppato in una delle due lingue, ma questo proprio per il fatto che le lingue sono due e se una parola “manca” in una lingua, sarà presente nell’altra. Ci sono molti casi di bambini con più lingue precoci nel parlare, il che vuol dire che più lingue contemporaneamente non sono un freno.

Molto interessante al riguardo il testo di Erika Hoff, Childhood bilingualism, Multilingual Matters, in cui sottolinea come quando un bambino sottoposto a più lingue metta in atto processi cognitivi diversi. I bambini multilingue hanno un modo di pensare più creativo rispetto ai bambini monolingue, hanno una coscienza metalinguistica, di riflessione sulla lingua, molto più sviluppata, legata proprio al fatto di dover utilizzare due, o più, sistemi linguistici in modo contemporaneo. Hanno anche una sensibilità comunicativa maggiore che li porta ad essere estremamente attenti ai bisogni dell’interlocutore, già solo per il fatto che devono “mettersi” nel modo linguistico appropriato.

Quello che maggiormente preoccupa i genitori sono i tempi di apprendimento, e per questo l’importante è essere coscienti che i tempi saranno diversi a seconda del tipo di immersione linguistica che i bambini hanno: mamma e papà parlano la stessa lingua e fuori casa società e scuola una lingua seconda, mamma e papà parlano lingue diverse e uno dei due la lingua locale, o nessuno dei due la lingua locale, che sarà quindi una terza lingua.

Due i nemici, lo stress e la fretta, se affrontato serenamente l’apprendimento darà i risultati scontati nei tempi adatti al bambino, che a volte cambiano da bambino a bambino all’interno della stessa famiglia.

Un’altro studio estremamente interessante è quello di Homel Palij e AaronsonChildhood Bilingualism: Aspect of Linguistic, Cognitive and Social development” dove evidenziano come i bambini bilingue abbiano vantaggi cognitivi che i bambini monolingue non hanno, una flessibilità mentale maggiore dovuta proprio al fatto che si devono confrontare quotidianamente non solo con strutture linguistiche diverse ma anche con culture diverse.

E proprio nell’ interfacciarsi oltre che con una lingua con la cultura che le sta alle spalle, è racchiuso il vero senso del bilinguismo, quella conoscenza dei codici di comportamento sociale propri ad un paese e veicolati dalla sua lingua. Il bambino bilingue, o l’adulto bilingue, conoscono la lingua dall’interno, non attraverso i libri di scuola e ne conoscono profondamente i comportamenti sociali veicolati dalla lingua stessa.

Il mondo del multilinguismo è complesso e estremamente affascinante, ma per chi come noi vive all’estero da sempre, è parte della nostra normalità. Viviamo circondati da adulti che parlano allegramente diverse lingue e ci interfacciamo con bambini a loro agio tra lingue e culture diverse, e tutto questo diventa normalità!

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