Interessante conversazione con un’amica, bambina expat, intorno alla difficoltà per i third culture kids di sentirsi a loro giro all’interno di una mono cultura.
Lei parlava della sua esperienza, bambina in Arabia Saudita, in anni chiave per la sua crescita, la pre adolescenza, rientrata poi nel suo paese, la
Germania, trovandosi di colpo in un mondo molto meno vario di quello conosciuto fin li. Difficile per chi cresce tra lingue e culture diverse trovarsi di colpo a fare i conti con una sola lingua e una sola cultura, e questo se vale per i bambini e ragazzi, vale anche per gli adulti. Non è ovviamente una questione di snobismo, ben lungi, anche perché una delle grosse doti che si acquisiscono vivendo in giro per il mondo è proprio la semplicità e la naturalezza con la quale ci si mette in relazione con chi ci sta intorno, da qualsiasi posto provenga, per sopravvivenza principalmente all’inizio e perché diventa modo di essere in seguito.
È difficile di colpo rapportarsi con dei coetanei che hanno una mono culturale di riferimento quando i bambini expat sono il prodotto chiaro di un mescolarsi di culture, tra le quali certo quella dei genitori, ma mescolata con le altre dei paesi in cui hanno vissuto e questo li porta a non conoscere i meccanismi di quella mono culturale perché nuova e non assimilata. Posso avere un passaporto italiano, parlare la lingua, conoscerne dei riferimenti culturali, ma se poi a tutto questo ho sommato negli anni altre lingue, altre culture, altri riferimenti, per forza la basa avrà subito delle modifiche.
Questo è il caso delle mie figlie che tutto quello che hanno di italiano l’hanno assimilato da noi genitori, con ad esempio dei riferimenti culturali che sono quelli della nostra generazione non della loro, per questo in un gruppo mono culturale italiano si troveranno spiazzate, non ritroveranno i loro punti di riferimento, nel modo stesso di socializzare ad esempio. La stessa cosa la percepisco nel mio modo di interagire, non ovviamente con gli amici di sempre, con i quali i riferimenti che ci legano sono tanti e profondi, ma nel gruppo possibile di persone nuove monoculturali , mi sento, come dire, fuori dal mucchio. Non mi sento, né mi sono mai sentita ad esempio una mamma italiana, per il semplice motivo che sono diventata mamma all’estero e da subito ho osservato le altre mamme, provenienti da paesi diversi, e ho preso qua e là.
Ecco, il privilegio dei third culture kids ( come degli stessi adulti), è proprio questo scegliere qua e là e mescolare le carte tutte insieme per poi restituire il tutto in un qualcosa che è proprio solo a chi vive come viviamo noi.
Chiaramente quindi un rientro nel proprio paese di origine può essere spesso molto più complicato di una nuova partenza verso una destinazione totalmente nuova, più complicato perché tornare vuol dire immergersi in una cultura che dovrebbe essere nostra, anche se un po’ annebbiata dal passare del tempo e attenuata dal sommarsi di altre culture, e contemporaneamente perdere quel confronto con culture nuove dal quale tutti gli expat traggono quella potente scossa di adrenalina che li aiuta a sopravvivere in ogni circostanza. Il ritorno può essere duro, e ancor di più per i bambini e ragazzi che hanno fatto del vivere tra più mondi il loro modus vivendi.
Ma allora ci si potrà mai fermare? Si potrà mai tornare indietro? Me lo chiedo spesso e più parlo con gli amici sparsi nel mondo che sono tornati, più la vedo dura e non solo per me, ma anche e soprattutto per le mie figlie che da anni fanno del mondo il loro terreno di gioco e che da sempre vivono ai limiti delle loro zone di confort, traendo nutrimento dal mix culturale nel quale da sempre evolvono.
Strano mondo quello expat…

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