Le radici mantenute in cucina.

La cucina, il cibo, quei sapori che ci legano all’infanzia e ci portiamo dietro. Le tradizioni gastronomiche che cerchiamo di trasmettere in modo quasi più forte di tutto il resto. La trasmissione di certe tradizioni legate a cosa portiamo in tavola e come lo portiamo, che con forza manteniamo, nonostante le distanze.

woman with slice of soft homemade bread

Vivere all’estero implica mille sforzi per trasmettere il nostro patrimonio culturale alle generazioni successive che spesso vedono il nostro paese come il posto delle vacanze. Un esercizio costante per tenere ben saldi quei “nodi” che ci legano comunque alla nostra terra.

La cucina e il cibo fanno la parte del leone. Quante cose si comunicano intorno alla tavola, quanti piccoli gesti che ci definiscono nel nostro essere parte di un popolo e del suo modo di essere,  che vengono fuori dentro un piatto.

Nonostante la multiculturità nella quale siamo immersi, il cibo e il modo di rapportarci ad esso, parla di chi siamo e da dove veniamo.

Ho notato come, sopratutto in Nord America ( Stati Uniti e Canada), siano tante le comunità regionali italiane che cercano con forza di trasmettere la loro essenza e l’insieme delle particolarità che li distinguono all’interno stesso del grande popolo dei migranti italiani. Italiani si ma anche, e in certi casi soprattutto,  pugliesi, calabresi, campani, piemontesi, veneti. Ogni regione si è portata dietro nella valigia un insieme di cose. In primis la cucina che nel tempo, generazione dopo generazione, sopravvive alle influenze esterne. E sopravvive meglio della lingua senza dubbio. Sono ben pochi i migranti di terza generazione che parlano italiano bene, o italiano tout court. Tutti però hanno ben chiari i sapori di quella tradizione che si trasmette nella cucina di casa.

 La lingua  italiana e la cultura stessa che la muove cede il passo alla nuova lingua e alla nuova cultura. In ambienti meno educati, la voglia di  integrazione annienta lo stesso desiderio di trasmissione, in cui non si vede la ricchezza delle proprie radici linguistiche e la lingua diversa è vista come un ostacolo. La cucina e le tradizioni gastronomiche invece, al contrario, sono una grande ricchezza. 

I piatti della Nonna e della bisnonna sono i testimoni del passaggio del testimone, generazione dopo generazione. Lo saranno per sempre, come un filo che tiene uniti ad una terra lontana, quelli che a volte di quella terra portano solo il nome di un lontano trisavolo, accompagnato da un’idea vaga del nostro stivale.

Questi piatti così tramandati vengono mescolati al dialetto, assumendo tutte quelle sfumature di cui il nostro panorama gastronomico è capace. Mille modi per chiamare uno stesso  piatto. Mille modi che ne sottolineano in modo netto e preciso l’origine regionale.

I piatti della tradizione resisteranno alla forza del contesto esterno. Il modo di vivere i pasti, le tavolate, la condivisione, continueranno a distinguere queste comunità, e per fortuna.  Ci sarà sempre il sole che scalda le lunghe tavolate, anche quando il sole brilla poco e male. Ci sarà sempre quella trasmissione del piacere di riunirsi intorno ai piatti cucinati con amore, non solo l’amore di chi li fa, ma anche l’amore di un intero popolo di migranti, quello che siamo stati e che saremo per sempre.

Sono stata alla presentazione di un libro qui a Montreal, un libro di cucina che è una raccolta di piatti della tradizione del Molise, pensate un po’, una minuscola regione d’Italia, che ha popolato il mondo di tante piccole comunità che pian piano si sono radicate altrove, ma che quando arriva l’ora di cena, non si dimenticano da dove vengono. Bello.

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