Paese che vai lingua che trovi: una sfida per tanti expat.

Quante volte ho sentito dire da amici e conoscenti expat “no quel posto non lo prendiamo in considerazione perché non parliamo la lingua“. Tante. Una delle grosse sfide del vivere all’estero è proprio questo il confronto con lingue nuove. Lingue a volte ostili che spesso, ça va sans dire, veicolano culture delle quali non sappiamo proprio nulla. E il problema così è raddoppiato. La cultura che sta dietro una lingua è altrettanto importante. Soltanto mescolando la lingua alla cultura che la veicola, possiamo veramente impossessarci di entrambe.

Se per i bambini buttarsi a capofitto nelle lingue nuove è un gioco da ragazzi, per gli adulti spesso la sfida è quasi missione impossibile. Ci vuole del tempo per imparare una lingua. Ci vogliono energie e, soprattutto, ci si rende rapidamente conto che più gli anni passano meno il nostro cervello reagisce con rapidità ai nuovi apprendimenti.

Certo più lingue si parlano o parlottano, più è facile impararne altre almeno a grandi linee. A volte però la paura di non farcela, e di ritrovarsi con barriere linguistiche troppo impegnative blocca anche gli animi più avventurosi.

In 28 anni all’estero, per essere onesta, mi sono ritrovata veramente solo in Giappone a dover per forza di cose imparare un po’ di lingua per la sopravvivenza quotidiana. In Svezia avrei potuto veramente sopravvivere senza neanche avvicinarmi allo svedese. Per tutti gli altri l’inglese o il francese mi hanno sicuramente risparmiato fatiche ulteriori, anche se poi, ad esempio il francese del Quebec non assomiglia al 100% a quello della Francia, e la cultura quebecoise lo rende ancora ulteriormente diverso.

Il grande interrogativo rimane quindi sempre come faccio a imparare? Come la studio una lingua nuova? Mi serve veramente? Sul fatto di servire, per me qualsiasi lingua è utile, già solo per l’onorevole servizio di aiutarci a mantenere vivaci i nostri neuroni. Imparare una lingua da adulto può dare immense soddisfazioni, sopratutto quando vediamo che possiamo comunicare e chi ci sta intorno apprezza lo sforzo.

In Giappone erano super stupiti quando bofonchiavo le tre cose imparate a fatica, ma anche in Svezia lo erano, forse ancora di più perché, tutto sommato, sapevano che non avevo veramente bisogno di sottopormi a questo tormento. E invece l’ho fatto e ne sono contenta.

Con lo svedese non ho voglia di fare lo stesso errore che con il Giapponese, dimenticare tutto, o quasi, nel momento in cui la porta del container si è chiusa sul nostro mondo e l’ha trasportato altrove.

Perché se imparare una lingua vivendo in un paese è un bel challenge, un challenge non indifferente è anche mantenerla una volta partiti, sopratutto in caso di lingue meno parlate.

Ammetto che prèdico bene, ma poi non razzolo nello stesso modo. Anche se tutte le volte che leggo e capisco un piccolo testo in svedese che, per forza di cose, mi casca sott’occhio, sono super soddisfatta. E tutte le volte mi dico dovresti leggere di più, dovresti ascoltare qualche serie in svedese, dovresti andare allo Svenska Klubben al quale ti sei iscritta qui a Montreal e non vai mai.

Perché non vado? Per pura pigrizia, per lo sforzo che dovrei fare ad immergermi tra svedesi che sono li perché, giustamente, hanno voglia di parlare la loro lingua per rilassarsi. Ma poi sbaglio perché una lingua non si mantiene da sola, va coccolata. Dovrei avere più disciplina e cercare di ritagliarmi un paio d’ore a settimana per mantenere quel minimo. Lo dovrei fare anche solo per tutti gli sforzi fatti negli anni a Stoccolma per sfidare il declino dei miei neuroni e imporre loro un sacrosanto esercizio.

Le grandi sfide dell’espatrio sono proprio queste: immergerci in lingue nuove e poi farci quasi sentire in colpa per lasciarle andare….mantenerle un pochino è poi anche un modo per tenerci legati ai nostri posti del cuore.

Leggere, ascoltare e, perché no, un amica madrelingua che ci aiuti a tenerla viva, davanti ad un caffé!

(頑張ってください gambatte kudasai! Fai del tuo meglio!

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