Espatrio in famiglia: riflessioni.

“I genitori dovrebbero pensare anche alle conseguenze sui figli di un trasferimento in età scolare e non pensare solo a se stessi”

Frasi come questa mi fanno riflettere sui preconcetti che ancora esistono sull’espatrio con i figli in crescita.

Premesso che, espatrio o non, quello dei genitori è il mestiere più complicato al mondo. Per la maggior parte del tempo si improvvisa, ci si adatta, si sbaglia e si cerca di migliorare, con risultati sperati e mai scontati. E premesso anche che nessun genitore può giudicare l’operato degli altri, tanto diversa è la materia che abbiamo da plasmare e i fattori che influenzano il nostro operare. Faccio qualche considerazione.

In questi 26 anni esternazioni di questo tipo le ho sentite più spesso di quello che si possa immaginare. Era a volte, direttamente, rivolto a noi e a volte a chi, come noi, ha fatto scelte simili.

Una volta mi dissero addirittura « pensa ai danni che stai facendo ». I danni erano sulle mie figlie, sulla loro personalità, sul loro sviluppo.

Allora guardai attentamente le mie bambine, cercando di capire dove fosse l’ errore, dove il loro modo do agire e funzionare potesse fare difetto.  Davanti a me però solo bambine vivaci, curiose di tutto, estremamente socievoli e comunicative, gioiose e entusiaste. 

Nulla di pessimo e negativo, anzi, almeno per me, per noi. 

Poi certo la vivacità disturba, la curiosità spiazza, essere troppo socievoli può dare fastidio. Ma danni? Ma che danni?

Quando vedo questi bambini e ragazzi abituati a spostarsi, ad integrarsi in culture diverse, ad assorbirne in fretta i contorni, sono positivamente colpita. Sono incredibili, sono il miglior risultato che i genitori possano pensare di ottenere in termini di apertura mentale e capacità di adattamento ad ogni contesto. E queste sono doti che nella vita servono tantissimo.

E poi come si può parlare di egoismo genitoriale quando l’espatrio è un’avventura che vissuta in famiglia ha un sapore incredibile ed è talmente arricchente per la famiglia che siamo. Ogni componente trova il suo conto. La famiglia diventa una squadra, ci si supporta a vicenda e si avanza compatti verso il risultato finale che è il benessere di tutti. 

Non ci sono scelte dettate dall’egoismo. Non pensiamo a noi quando decidiamo di accettare una nuova sfida. I benefici ci sono per tutti. 

Per questo è importante che gli adulti siano convinti del progetto e che i figli vengano coinvolti in certe fasi della sua realizzazione. E dico certe perché, per me, il processo decisionale deve essere appannaggio dei soli adulti, gli unici con gli strumenti per misurare pro e contro di una partenza.

Non ci sono età limite oltre le quali spostare i figli diventa impossibile, ogni età è semplice e complessa, come lo è quando si vive radicati in un posto. 

Ci sono attenzioni, piccole accortezze, certo. E poi ci vuole dialogo tanto dialogo, tutto va spiegato anche ai bambini piccolissimi, si deve dare loro strumenti per proiettarsi e braccia per accoglierli quando il nuovo spaventa.

Io dico sempre a chi ha paura di fare il grande passo con dei bambini al seguito, che solo alla fine del viaggio, una volta diventati grandi i nostri figli finalmente potranno dire « grazie! Vi ho odiati a sprazzi, ma adesso che mi guardo alle spalle, non posso che essere riconoscente che abbiate scelto per me! ». E questo è quel che conta.

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