Aiuto, come faccio ad integrarmi?

Ecco una delle grosse preoccupazioni quando si sbarca in un nuovo paese, in una nuova città: come mi integro?

Lasciamo da parte, per ora, il possibile scoglio linguistico, le differenze culturali con tutti gli annessi e connessi, e facciamoci una prima utile domanda: cosa farei fossi nella mia città per conoscere gente nuova? Come potrei muovermi per creare contatti e nuove amicizie?

Alla fin fine i meccanismo sono un po’ gli stessi ovunque, almeno il punto di partenza, il primo gesto che crea le prime fantastiche interazioni. Poi certo le differenze linguistiche e culturali giocano un ruolo importante per andare oltre, ma intanto applichiamo i modi a noi noti e poi cercheremo di migliorare i dettagli.

Da 26 anni, cioè da quando casa è lontano da casa, faccio tesoro di una cosa fondamentale che mi disse mia sorella, partita all’estero prima di me. “Vai al parco, incontra altre mamme, sforzati a creare contatti, fregatene della pioggia, del vento, vai e sorridi”.

Così feci allora in una Parigi piovosa, con un bebè di pochi mesi che non chiedeva altro che stare al calduccio in casa, anziché essere sottoposto a giri di scivolo, con i quali speravo spasmodicamente di creare il contatto giusto.

Osservavo gruppetti di mamme da lontano nella speranza di un gesto da parte loro. Ma alla fine ho capito che se ero io ad aver bisogno di loro, dovevo essere io a fare quel gesto. E allora ecco il primo sorriso, le timide parole, quel primo tentennante e timido contatto. Feci allora, e continuo a farlo oggi, un grosso sforzo su me stessa, spingendomi ad osare. Ho abbandonato in fretta il porto sicuro della mia confort zone, buttandomi nella mischia.

Mi rivedo ancora con 20 anni di espatrio alle spalle, e quindi 20 anni dopo quei primi approcci confusi in un parco parigino, a Stoccolma.

Erano passati gli anni e di certo le esperienze e i libretti di istruzioni si erano accumulati, ma i primi passi fanno sempre paura, nonostante l’esperienza.

Allora eccomi a camminare tentennante verso un primo caffè con un gruppo di sconosciute. Eccomi a ripetermi ce la puoi fare, mente mia figlia maggiore mi diceva, “mamma ci hai sempre setto di lanciarci senza paura”. Eh si l’ho sempre detto ma si predica bene e si razzola male, a volte.

Ma a Stoccolma, come al parco vent’anni prima, ho osato. Mi sono lanciata e ho fatto il primo passo fondamentale.

Paese dopo paese ho sempre dovuto mettere da parte quella parte di me che mi avrebbe fatto stare al sicuro in casa. Città dopo città ho capito che nessuno sarebbe stato li ad accogliermi, dovevo accogliermi da sola!

Allora ecco che non ho lasciato che le differenze linguistiche e culturali prendessero il sopravvento, mi sono tuffata. Ho aperto la porta di casa mia sempre, dal primo giorno, anche quando non avevo nessuno da fare entrare. Ho offerto primi caffè, primi pranzi, ho messo sul piatto idee, uscite, organizzato, certa che fosse l’unica via possibile.

Sarebbe stato sicuramente più semplice aspettare, aspettare che qualcuno arrivasse a prendermi per mano, ma sarebbe mai arrivato? Non credo.

Siamo noi gli unici che possiamo prenderci per mano, siamo noi a soli a poterci accompagnare nell’integrazione. Facile nascondersi dietro i ” ma qui i locali sono poco aperti“. Semplice dire ” e le barriere linguistiche sono troppo forti“.

I locali non sono lì ad aspettare noi e non hanno bisogno di noi, la loro vita funziona, hanno ciò che noi non abbiamo, un sistema di relazioni. Non sono i locali a dover fare sforzi, siamo noi. E la lingua? Una scusa. Le lingue si imparano, e se si vuole si va oltre le barriere.

Le differenze culturali? E proprio la parte più stimolate del vivere all’estero, ritrovarsi in mezzo a meccanismi sconosciuti, da imparare, da capire, da assimilare.

Allora basta scuse, l’espatrio è un avventura straordinaria, uscite a condividerla con chi vi sta intorno e diventerà un’esperienza indimenticabile!

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