L’11 novembre lasciavo Stoccolma, tre valige in stiva, un bagaglio a mano, il gatto.



Ero reduce da una settimana campale, avevo visto il nostro adorato appartamento svuotarsi e l’ennesimo container racchiudere tutte le nostre cose. Alzandomi la mattina del primo giorno di trasloco, in una casa che aveva ancora un’apparenza quasi normale, ho sorseggiato un caffé guardandomi intorno. Avevo voglia di fermare nella mente quegli ultimi istanti, mi chiedevo se sarei stata capace nuovamente di sentire una casa veramente mia, come sentivo miei quegli spazi.
L’ultima volta che ho chiuso la porta, con il vuoto che faceva rimbombare l’eco dei miei passi, ho pianto. Un misto di tristezza e di stanchezza, la stessa tristezza e stanchezza che ritrovo ad ogni nuova partenza.
Sono atterrata a Montreal cercando di non voltarmi indietro. Avevo davanti una pagina bianca, la nostra storia incominciava dalla prima riga e avrei dovuto, anche questa volta, scriverla con il mio solito entusiasmo.
In realtà non sapevo se ne sarei stata capace. Tutto era nuovo. Davanti a noi avevamo ancora un mese precario, nell’attesa di atterrare davvero.
Poi è arrivato il trasloco, e insieme il sollievo di riavere tutte le nostre cose, sane e salve. Sono arrivate le ragazze e con loro l’atmosfera gioiosa del Natale in famiglia. Ci sono state le prime scoperte, la voglia di curiosare in ogni angolo, la ferma intenzione di sentirsi a casa rapidamente.
Sono già andata e venuta persino troppe volte in questi tre mesi, da quel primo atterraggio. In un certo senso però ogni ritorno mi ha regalato la certezza che siamo in un posto in cui stiamo bene. Siamo felici di esserci.
Ho ricostruito piccole abitudini e sento questa nuova casa sempre più mia. I contorni di Brahegatan, benché ancora vividi, sfumano pian piano. Il mio nuovo quartiere ha sostituito il vecchio, abitudini che si installano che con prepotenza hanno scalzato quelle costruite in sei anni.
Non ho ricostruito tutto, ovviamente, sarebbe impossibile e ci vuole sempre del tempo. Ma mi sento a casa, tanto che ogni partenza nuova che si profila all’orizzonte, ogni parentesi che nelle prossime settimane e mesi mi allontanerà da qui, la vivo con un po’ di ambivalenza. C’è come sempre altro che mi spinge ad andare, altri affetti da abbracciare, altri posti da scoprire o riscoprire, ma c’è anche questo posto che sento già mio. Ci sono delle piccole routine che sto costruendo con forza che ho paura che si perdano, perché ancora fragili. Ci sono nuovi legami che vanno coltivati e allontanarsi non aiuta.
C’è anche quella voglia pazzesca di scoprire ogni angolo di questa città, esattamente come ho fatto tutte le altre volte, in tutte le altre città.
Sono passati poco più di tre mesi da quell’ultimo caffè bevuto nella mia cucina di Õstermalm, tre mesi che sembrano anni per tutto quello che ci ho messo dentro, ma che sembrano anche una manciata di giorni per come sono filati via, veloci.
Vorrei ogni tanto rallentare il tempo per poter godere meglio di ogni passaggio. Giornate con ritmi più lenti per non perdermi neanche un secondo di quello che sto vivendo, che stiamo vivendo. Ci nutriamo di questi inizi di nuove avventure e forse questo è uno dei motivi più forti che ci spingono ad andare, ancor a ancora.
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