Sono stata bambina negli anni 70, erano gli anni del terrorismo, ma gli ho vissuti con la leggerezza che, per fortuna, solo i bambini sanno avere. A casa il giornale arrivava puntuale ogni mattina ben prima di colazione, quando mi alzavo era già aperto sul tavolo, papà l’aveva già letto prima di andare in ufficio sorseggiando il suo caffè. Le notizie erano a portata di mano, ma venivano poi filtrate dai nostri occhi di bambini e dalle parole rassicuranti dei nostri genitori. Due ricordi di quegli anni, uno ero all’asilo, pedalavo felice sul triciclo, privilegio raro dei pochi che correvano più in fretta per accaparrarsi il numero esiguo disponibile. Quel giorno fui più rapida ma al secondo giro ci fecero rientrare tutti dentro la scuola, delle bombe lacrimogene erano state lanciate, i genitori ci avrebbero recuperati in fretta. Il secondo ricordo ero più grandicella, 8/9 anni, papà e mamma erano usciti a cena con degli amici, noi a casa con il nonno, il nostro baby sitter preferito, scoppio una bomba, non so dove, ma papà e mamma rientrarono in fretta e furia, preoccupati, sui nostri volti solo il dispiacere di vederli arrivare e rovinare i nostri piani ludici con il nonno.
Sono stata adolescente negli anni 80, ricordo la strage di Bologna e il volto scuro di mio padre, eravamo al mare. Ricordo le manifestazioni studentesche degli anni liceali, e poi la caduta del muro che si trascinava dietro un periodo buio per i nostri coetanei cresciuti dall’altra parte. Avevamo il mondo in mano.
Gli anni novanta mi hanno visto finire l’università, sposarmi, diventare mamma. Erano anni in cui un laureato trovava lavoro in fretta, in cui per noi c’erano i primi assaggi di libertà, in cui diventare adulti era una piacevole e stimolante sfida. Anni in cui pensare di avere uno, due, tre figli, era un regalo possibile e sensato che ci facevamo convinti di dar loro un mondo nel quale sarebbero cresciuti senza grossi scossoni.
Ero incinta di 4 mesi della mia terza figlia quando le torri gemelle vennero colpite, quando quell’11 settembre il mondo occidentale fu ferito a morte. Ho avuto paura allora, mi sono chiesta che mondo stessimo regalando alle nostre bambine, ma poi quando le guerre sono lontane e non dietro l’angolo, nella quotidianità si va avanti.
E siamo andati avanti, il mondo è diventato il nostro terreno di gioco, abbiamo viaggiato, scoperto, colto opportunità. Le nostre bambine sono diventate ragazze e poi giovani donne, con tante sicurezze, protette. Poi è arrivata la pandemia e di colpo tutti gli equilibri costruiti sono andati a rotoli, la paura ha preso il sopravvento, ci siamo tutti sentiti più fragili, impotenti. Non abbiamo mai smesso di sperare e pian piano grazie alla scienza, abbiamo intravisto una luce in fondo al tunnel, abbiamo incominciato a sorridere di nuovo, a riprendere in mano le nostre vite, ad accorciare le distanze, a fare progetti.
E poi è arrivata la Russia, la follia di un uomo assetato di potere, le immagini di distruzione e morte sono le nostre vicine di casa, e fanno paura. Siamo attoniti in balia di qualcosa di imprevedibile. L’Ukraina è a due passi, le immagini che arrivano nelle nostre case ci parlano, perché potremmo essere noi a fuggire, le nostre città ad essere distrutte, i nostri figli, mariti, compagni a dover combattere, i nostri bambini ad essere privati di infanzia. È vero che in 50 anni di vita ho visto immagini di guerra, ma questa per la prima volta la sento troppo vicina.
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