Un tarlo nel modello svedese

Io non so più dove girarmi, cosa pensare, cosa sperare.

Anche qui la situazione precipita, i casi di covid aumentano, intorno a noi l’ecatombe. Il fatto che venga richiesto ai cittadini svedesi di limitare i contatti, di stare a casa, di non frequentare posti al chiuso e tutta una serie di altre raccomandazioni, ovviamente non aiuta a mantenere il sorriso. 

Fino ad ora mi sono sentita abbastanza protetta qui, in linea con le scelte fatte, abbiamo limitato la nostra vita a fasi alterne, senza mai riprenderne completamente possesso, ma senza neanche perderlo. Non è un sacrificio, è l’unica cosa da fare. Abbiamo scelto una bolla sociale nella quale sentirci al sicuro, abbiamo ricominciato a uscire, prendere qualche aereo, sederci al ristorante in famiglia o con amici, anche lo sport è tornato a scandire il ritmo delle mie giornate in modo molto più regolare. Dopo l’estate francamente ci credevo, e questo nonostante le notizie allarmanti che arrivavano da destra e sinistra, pensavo che alla fine avremmo rimesso molto tra parentesi ma poi neanche così tanto. Adesso mi faccio delle domande. Continuo a pensare che l’approccio svedese funzioni per la Svezia, e i dati tutto sommato lo dimostrano, non sono peggiori che altrove, se si pensa che qui le restrizioni sono sempre state solo raccomandazioni e che le mascherine non fanno parte del quadro. Se la stanno cavando meglio di molti paesi che sono passati attraverso durissimi lockdown e severissime limitazioni della libertà personale. Continuo a pensare che l’idea di far circolare questo benedetto virus e di abituarsi a conviverci, integrando mille gesti barriera nel nostro quotidiano, sia un buon modo. Continuo anche a pensare che si debba responsabilizzare l’individuo, come appunto fanno qui, facendo leva su quella benedetta responsabilità individuale che fa si che in poche parole si lasci da parte l’egoismo per il bene comune.

Ma in tutto questo c’è un ma, e questo ma mi fa dire che nel modo svedese di affrontare la pandemia c’è un tarlo, il tarlo dovuto al fatto che la Svezia non è più un paese di svedesi, di individui cresciuti con una reverenza assoluta nelle decisioni del governo e con conseguente “obbedienza” per delle regole non imposte ma solo raccomandate. La Svezia è un miscuglio di persone di origine varia, un miscuglio di background culturali che ne regolano i comportamenti e di conseguenza l’interpretazione delle regole.

Ecco io sono allibita soprattutto dal comportamento degli stranieri, anche certi svedesi certo, ma direi nettamente una minoranza, che da un lato si lamentano e dall’altra se ne fregano. La raccomandazione non viene neanche contemplata, la raccomandazione non viene presa sul serio, è per loro un semplice suggerimento, nulla più. Quando tu dici non vado in palestra o ho annullato tutti i possibili eventi sociali, ti guardano come se fossi scemo, come se il problema non fosse il loro, ecco questo sembra il punto: lasciamo gli sforzi e i sacrifici agli altri e noi continuiamo senza cambiare una virgola la nostra vita spensierata. Poi magari sono gli stessi che commentano allibiti i numeri dei contagi, protestando che non ci sono misure, e quando fai notare che le misure sono le poche e chiare raccomandazioni, fanno spallucce.

Ormai ho smesso di ripetere a chi mi sta davanti che lo sforzo deve essere di tutti, che se ognuno di noi ci mette del suo, se ognuno di noi fa un piccolo sacrificio e rinuncia a due cene e due uscite, potremmo essere a cavallo, prima del punto di non ritorno. Ormai ho capito che l’essere umano va bastonato e punito e solo così capisce, o anche così non capisce sempre. Ci rinuncio e mi rassegno a dire che il metodo svedese funzionerebbe se qui vivessero solo Amanda, Kalle, Ville e Frida, ma con tutti gli altri di origini mescolate, no, è destinato al fallimento….

Rispondi

Scopri di più da Come sopravvivere in giro per il mondo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere