Quel miscuglio di lingue nelle third culture family

Piccola riflessione in questi giorni di vacanze in famiglia in cui siamo felicemente riuniti tutti e cinque a goderci momenti di relax. Essere riuniti è cosa rara ed anche occasione per fare tilt su certe dinamiche linguistiche che ormai caratterizzano il nostro modo di interagire. Siamo una famiglia multilingue e multiculturale che con tenacia ha cercato di salvare il salvabile della nostra lingua ( e cultura) madre, l’italiano, cercando con effetti altalenanti di renderla la lingua predominante in casa. Se per noi genitori l’esercizio non è stato poi così complesso, pur avendo negli anni la nostra povera lingua subito attacchi da tutte le parte, mischiandosi con parole che per forza di cose ci vengono più in fretta in lingue diverse, per le nostre ragazze il discorso è complesso.

Dovevo immaginarlo dal primo “mamma aurevoir” di Federica, che una lingua alla volta sarebbe stata una dolce utopia.

Ed eccoci al giorno d’oggi a chiederci chi ci senta dal di fuori come possa osservare questo strano miscuglio coerente di lingue che si sommano e intersecano mentre il discorso sembra filare liscio e senza scossoni. Ancor peggio abbiamo incominciato a pensare con pietà ai poveri giovanotti che man mano integreranno la nostra famiglia e che volenti o nolenti dovranno inserirsi nei nostri discorsi. Complicato perché non solo mischiamo parlando tra di noi e soprattutto loro mischiano senza nessun pudore tre lingue, ma aggiungiamo anche riferimenti culturali influenzati dai paesi in cui abbiamo vissuto, riferimenti che non necessariamente sono legati alle lingue stesse ma vanno ben oltre, il tutto poi arricchito con quel po’ di cultura italiana anni 70 e 80, cioè quelli della nostra infanzia e adolescenza, ben lontani da riferimenti più attuali.

Insomma un bel casino, una babele linguistica e culturale che può spaventare gli altri e fa sorridere noi. Con questo spesso ripetiamo come mantra alle nostre adorate fanciulle di utilizzare una lingua alla volta, per poi renderci conto che noi stessi cadiamo nella stessa confusione e quasi senza accorgercene.

Ricorderò sempre la faccia del cameriere interdetto un paio di anni fa a Stoccolma, quando dopo averci ascoltati si è avvicinato al tavolo chiedendo : “ma in che paese si parla la lingua che state parlando?” Federica con un bel sorriso gli rispose:” solo a casa nostra” ecco con questo ho detto tutto!

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