Ricreare rete senza figli al seguito.

Un anno fa preparavo la mia partenza per quella che, ero sicura, sarebbe stata un’avventura incredibile. Un nuovo paese da scoprire e per la prima volta un espatrio senza figli. Avevo un po’ di paura perché per la prima volta non avremmo fatto questo salto come famiglia ma come coppia. I meccanismi di socializzazione avrebbero avuto bisogno di una messa a punto. Non avrei più avuto i figli a fare da tramite con una comunità, la comunità avrei dovuto crearmela da sola.

Come per tutte le prime volte anche per questa mi sentivo un po’ in balia dei punti interrogativi. In fretta mi sono resa conto che, in realtà, benché in precedenza fossi passata attraverso la comunità suola per creare rete, il farlo non era un passaggio necessario. Non era neanche un passaggio senza il quale mi sarei trovata in difficoltà.

Ho tirato fuori le energie giuste. Ho messo in pratica i meccanismi appresi nei diversi atterraggi. Non ho lesinato sulla voglia di ricreare il mio mondo, spinta dalle ali dell’entusiasmo che ogni volta mi “assale” quando incomincio una nuova vita.

Un anno dopo posso dire che era più difficile a dirsi che a farsi. Che il fatto di non avere figli al seguito mi ha permesso quasi di spaziare molto di più, incontrando forse persone cone le quali ho affinità che vanno oltre i figli della stessa età. Con questo non dico che prima io non abbia incontrato anime gemelle, perché ho veramente creato amicizie solide e profonde in ogni paese, ma che forse soprattutto nei primi mesi la comunità scolastica delle mie figlie mi limitava nell’andare oltre, mentre invece questa volta non ho sentito questa limitazione.

Dopo la pausa estiva sono rientrata a casa, e in modo molto naturale ho rivisto le persone incontrate prima, ho riallacciato discorsi, mi sono sentita bene.

Ci vuole sicuramente una grande capacità di adattamento per ricostruirsi ogni volta e soprattutto ricostruire intorno una rete che ci sopporti e supporti. 

Credo che nel farlo si debba essere consci che nulla ci sarà regalato, ma ci vorrà uno sforzo costante. Aprirsi agli altri, sforzarsi di uscire dal guscio, aprire la propria casa, insieme alla propria mente, abbracciare progetti, organizzare incontri.

Spesso si parla della solitudine in espatrio. Molte donne si sentono isolate, oppresse quasi dal cambiamento, incapaci di ricreare una comunità. Facile dare la colpa al nuovo mondo che ci accoglie senza veramente accoglierci, perché sta a noi fare il passo verso questa accoglienza. Comodo spesso dire che la colpa è della nuova cultura nella quale siamo immersi, con dei locali che non hanno bisogno di noi. Certo i locali non hanno bisogno di noi, questo è chiaro. Noi fossimo rimasti nel nostro paese, nella nostra comunità, avremmo bisogno del francese, del tedesco o dell’americano che si installano a due passi da noi? No, perché saremmo già nella nostra routine comoda e, giustamente, penseremmo che sta a loro fare il primo passo. 

Non c’è nulla di eroico o di speciale nel riuscire a sentirsi bene dove si vive, e nell’essere capaci di ricreare quella rete sociale, che è nutrimento e vita. Ci sono solo tante energie spese e la voglia di farcela, mescolate con il bisogno di stare bene nel paese che ci accoglie e di sentirlo come casa. Tuffandoci sempre al di fuori della nostra comfort zone, perché non c’è altra scelta.

Dopo un anno dal primo spostamento senza figli, posso dire che no, non ci servono loro e la loro scuola per ricreare rete, basta volerlo, sforzarsi, tendere mani e sorridere alla meravigliosa avventura che abbiamo di fronte.

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