I Third culture kids e il positivo dell’esserlo.

Non so come sarebbero state da grandi le mie ragazze se nella vita anziché saltellare da un posto all’altro, trascinandole con noi, non avessimo regalato loro la stabilità di nascere e crescere nello stesso posto. Se avessero avuto gli amici d’infanzia che diventano grandi con te anno dopo anni, il quartiere che ti coccola e protegge. La sicurezza di un mondo che cambia poco e piano. Non lo saprò indubbiamente mai. Quello che però so, vedo, tocco con mano, è il risultato abbastanza sorprendente di questa vita itinerante. L’impatto su di loro c’è stato, certo, ma in positivo, oggi lo posso dire: solo in positivo.

Primo giorno di scuola a Tokyo, settembre 2005.

Adesso che da third culture kids sono diventate third culture adults, il bilancio dei 26, 24 e 22 anni di vita itinerante sulle spalle, pare scontato.

E nel suo essere scontato regala un sorriso e tanta speranza a chi, pieno di dubbi, si appresta a mettere al mondo un bambino lontano dal proprio paese, dalle proprie certezze, dallo stretto nucleo familiare. Paese, certezze e nucleo famigliare che ci regalerebbero il confort per crescerlo, e un mondo solido e incvariabile intorno.

27 anni fa ha meno di due mesi dal parto della nostra prima figlia, sapevamo che sarebbe nata a Parigi, dove vivevamo. Ovviamente non sapevamo la traiettoria che ci avrebbe portati da una parte all’altra del mondo. Vedevamo solo chiaramente i nostri primi anni da genitori da soli. Sapevamo che sarebbero stati annidi vita in un paese straniero, con un bambino che dal primo giorno di vita si sarebbe trovato a giostrare almeno due lingue e due culture.

Ci facevamo tante domande, come tutti i genitori. E man mano che lei e le sue sorelle crescevano, alle domande canoniche si aggiungevano altri mille interrogativi. “Abbiamo fatto bene a cambiare ancora?” “Riusciranno ad integrarsi nuovamente in una nuova scuola? “E la nuova lingua? il nuovo sistema?

Eravamo consci di come le sottoponessimo ad ogni trasloco ad una prova di resistenza. Certo c’era il nostro entusiasmo a coinvolgerle. C’era anche il nostro modo di presentar loro il cambiamento, ma insomma si sa, i bambini sono abitudinari e cambiare non è mai facilissimo.

Abbiamo visto che ogni tanto il salto sembrava un po’ più complicato per una meno per le altre. Se una era contenta, l’altra meno, la terza si barcamenava. Non era mai la stessa ad essere la contenta, la meno o la barcamena. Ovvio sarebbe stato troppo semplice.

Mi ricordo arrivata in California a chiedermi perché avevamo trascinato la grande, studentessa brillante, in un nuovo sistema del quale non sapeva nulla e avrebbe avuto pochissimo tempo per capirne le sfumature. Mi rivedo in India, con le lacrime agli occhi nel vedere la numero due stravolta dal pianto per il dolore di lasciare la sua migliore amica. Penso a numero tre in Svezia, ad affrontare compagni di scuola poco propensi all’integrazione.

Di episodi ce ne sono tanti, mentirei se dicessi che tutto è sempre filato liscio. E poi le critiche, quelle paroline da leggere tra le righe, lo sguardo giudicante di chi della nostra vita capiva (o voleva capire ) molto poco.

Noi siamo andati avanti, nonostante tutto e tutti. L’abbiamo fatto sempre convinti che le nostre scelte sarebbero state quelle giuste. Forse anche con un po’ di incoscienza, ma mai con leggerezza.

Adesso dopo un bagaglio notevole di paesi ed esperienze alla spalle, per noi e per loro, si possono tirare le somme. Sono venute su bene. L’apertura, la determinazione e l’adattamento che hanno mi commuove. Le guardo e mi dico che abbiamo fatto un gran bel lavoro, abbiamo dato loro il mondo su un piatto d’argento e ne hanno tratto il meglio.

Non hanno mai ceduto, hanno lottato, hanno superato scogli, barriere, momenti di sconforto. Hanno fatto squadra e imparato tantissimo da ogni nuovo cambiamento. Sicuramente hanno acquisito una flessibilità pazzesca condita con un buon livello di resilienza. Sono diventate autonome presto, pur sapendo che noi eravamo sempre li pronti a prenderle al volo nel caso avessero perso l’equilibrio.

Poteva andarci male? Forse, come a qualsiasi genitore, ma abbiamo corso il rischio, navigato a vista, accettato le sfide di crescere dei third culture kids, dando loro ali immense ma anche piedi ben saldi per terra.

Non credo che il nostro lavoro sia finito, genitori lo si è sempre in qualsiasi fase della vita dei figli. E i figli restano tali in qualsiasi fase della vita dei genitori. Posti chiari e senza confusione. Però possiamo forse tirare il fiato, guardare indietro ancora più convinti di aver fatto bene. E guardare avanti, al loro futuro convinti che grazie a questa vita un po’ instabile, hanno tutti gli strumenti per andare avanti solide e speriamo felici!

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