Amare il paese che ci accoglie non vuol dire rinnegare le nostre origini.

C’è una blogger che seguo da anni, di quelle che, come me, cercano di vivere la vita con positività, parlando con entusiasmo del posto in cui vive. Spesso si trova a dover giustificare il suo entusiasmo verso il paese di accoglienza, nella maggior parte dei casi visto come una critica latente nei confronti del paese, l’Italia, che si è lasciata alle spalle. L’ammiro. Mi sarei stufata dopo anni a dover ripetere tipo mantra che essere felici dove si è non implica in sé una critica verso il paese d’origine.

blue and yellow globe

Premesso che essere felici o cercare a tutti costi di esserlo, dovrebbe essere una condizione necessaria per attraversare serenamente l’unica vita che ci è dato di vivere.

Premesso anche che se si è scelto un paese dove ci accorgiamo che non amiamo vivere, possiamo sempre tornare indietro. Non c’è soddisfazione professionale che possa colmare il male di vivere.

E infine premesso anche che siamo tutti diversi. Quello che piace a me può non piacere a te. Quello che mi fa stare bene può non avere lo stesso effetto sugli altri.

Il punto è uno solo: la vita, l’espatrio, e tutto ciò che ne consegue, sono un susseguirsi di sfumature.

Nulla è solo bianco o solo nero, nessun posto è perfetto. In nessuna città si vive in assoluto meglio che in un altra. In nessun sistema scolastico i nostri figli riceveranno l’educazione migliore rispetto agli altri. Nessun paese ci offrirà la cucina migliore, il clima perfetto, le relazioni più semplici. Tutto è sempre una questione di sfumature e di quanto si è disposti a lasciare da parte giudizi e toglierci i paraocchi che la cultura nella quale siamo cresciuti ci hanno regalati in dote.

Chi parte all’estero e decide di mettersi in gioco, deve stare al gioco. Deve affrontare le differenze con la giusta capacità di adattamento e soprattutto con la voglia di accettare le sfide che le differenze implicano.

A cosa serve criticare il posto che ci ospita? Serve a qualcosa confrontare di continuo vecchio e nuovo? E soprattutto vivere nel rimpianto di ciò che si è lasciato serve, se non a farsi del male?

Vivere all’estero è una sfida alla quale ci sottoponiamo con entusiasmo ma non per obbligo. La nostra vita fuori dalla nostre zona di confort è un susseguirsi di ostacoli per superare i quali l’entusiasmo è necessario.

Niente è semplice e perfetto. Non lo è il nostro paese e non lo è il paese che ci ospita. Cercare però un equilibrio è necessario per andare avanti.

Se gli expat-blogger passassero il tempo a parlare male del paese ospitante, sarebbe un problema. Così come lo sarebbe se ogni due per tre rimpiangessero spaghetti e mandolino. Se viviamo all’estero e perché ad un certo punto per i motivi più vari, abbiamo accettato, nel bene e nel male, una sfida. E questa sfida ci ha dato in dote grandi capacità di adattamento e sopratutto estrema tolleranza.

Tolleranza verso ciò che è diverso. Tolleranza anche verso il nostro paese, ciò che funziona e ciò che non funziona. L’unica via possibile per vivere serenamente in espatrio è l’essere coscienti dell’imperfezione che poi è anche perfezione in un certo senso. Nessun posto è perfetto ma tutti possono esserlo se togliamo i filtri e apriamo lo spirito. E sopratutto “innamorarsi” del nostro paese ospitante non vuol dire rinnegare le nostre origini, il cuore è grande per contenere tutto! Io amo profondamente ogni paese in cui ho vissuto, il mio compreso, li amo nelle loro profonde differenze e nelle grandi sfide che hanno reso la mia vita una splendida avventura!

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