“Traslocare e tenere un piede in più scarpe, oppure non chiudere mai completamente le porte alle spalle.
Sto attraversando questo momento in cui ho 3 numeri di telefono (US, IT, SWE) – case o proprietà in 3 stati diversi, conti correnti ovunque.
Da un lato per l’ansia che se questa soluzione non vada bene, c’è un piano B, e magari anche un piano C. Dall’altro forse per la mancanza di coraggio nel “commit for real” nel presente e nella decisione presa.
Qual’è la linea sottile fra il “sistemarsi” in un posto senza tagliare i legami con quello precedente, e allo stesso tempo tagliarne alcuni per in effetti sistemarsi? Quanto il continuare a tenere aperte certe porte ci impedisce di vivere dove siamo in quel momento a pieno?”

Me l’ha scritto un’amica qualche giorno fa e mi ha fatto ampiamente riflettere. Traslocare in giro per il mondo non è semplice. Si lascia un pezzo di vita e ci si proietta in un qualcosa di sconosciuto, o comunque di nuovo. Le radici che con forza abbiamo fatto attecchire da qualche parte, vengono tirate fino a sfilacciarsi, per accompagnarci nel viaggio e trovare un nuovo terreno nel quale radicarsi di nuovo ( e radicarci). Nel processo però non si sradicano mai dal prima, e così i prima si accumulano.
Ma è negativo questo accumularsi? Ma è negativo il lasciare porte socchiuse anziché chiuderle per sempre? Come ci si ambienta nel nuovo se il vecchio in qualche modo continua ad essere presente con i suoi fantasmi e, appunto, queste vecchie radici stiracchiate e sfilacciate?
Come sempre dipende da che prospettiva il tutto viene messo a fuoco. La solita storia del vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. È tutta questione di positività. Se siamo capaci di rigirare tutte le incertezze, tutte le malinconie, tutte le porte socchiuse che abbiamo lasciato alle spalle, in un qualcosa di estremamente positivo, in un arricchimento personale unico, allora tutto ci sembrerà se non facile, più facile.
Vivere stiracchiati tra più mondi, con i piedi in più scarpe, è in un certo senso un modo di regalarci equilibrio. Chi lo dice che alla fine si debba appartenere ad un solo posto? Siamo veramente fatti per indossare un solo paio di scarpe? Non è meglio averne di tutti i tipi, per ogni occasione?
Ed ecco che appartenere a posti diversi per gli spiriti viaggiatori, per quegli animi inquieti che fanno dell’espatrio un modus vivendi, diventa come per chi non si è mai mosso, il porto sicuro dalle mille sfaccettature.
Non ho mai pensato che questo modo di vivere sia legato alla voglia di non “commit for real”. È comunque un commit ad un qualcosa di non semplice: molteplici paesi, molteplici mondi, posti da chiamare casa che spesso non si assomigliano. Un decidere di vivere così con tutte le incertezze che derivano dal dover moltiplicare il proprio cuore per più pezzi di mondo.
Un posto nuovo non dovrebbe mai scacciare il precedente o i precedenti. Un posto nuovo si inserisce in un logico filo che ci guida nel tempo e nello spazio. Serve il prima per creare il dopo. Abbiamo bisogno della casa precedente per amare la successiva. Sono le valigie chiuse da una parte di mondo che ci permetteranno di creare casa altrove.
Tutto è logica conseguenza. Non ci si stacca dal passato e nello stesso tempo ci si deve immergere nel presente, unica via possibile per costruire il futuro. Ci sono dei sottili fili che ci legano a quello che abbiamo costruito in precedenza, prima del nuovo porto sicuro in cui abbiamo deciso di attraccare. Quei fili ci saranno sempre e saranno ancora di salvezza senza essere mai il freno che non ci permette di approfittare in pieno del nuovo.
Mi piace sempre pensare che non ci sarebbe stato nulla senza ciò che c’è stato prima. Non ci sarebbe stato Giappone senza Francia, India senza Giappone, California senza i paesi precedenti, Svezia senza Stati Uniti, e il futuro che sta bussando alla porta senza Svezia.
Ogni volta benché le porte siano state fisicamente chiuse, quelle del cuore non lo sono state. Quelle del cuore sono rimaste lì socchiuse per lasciar passare quel sottile filo che lega un’esperienza ad un’altra.
È un delicato esercizio che richiede coraggio e forza, perché fa anche un po’ male, ma che se sappiamo lasciarci andare senza analizzare ogni passaggio, ci regalerà avventure splendide.
Comunque amica mia, è normale nelle fasi di passaggio sentirsi un po’ persi, un po’ soli, inquieti e esitanti, ma poi passa e di fronte solo il sapore dolce di una bella, bellissima avventura!
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