È più difficile partire o veder partire?

Estate tempo di vacanze, di partenze, di saluti. Per gli espatriati spesso la pausa estiva rima con trasloco, soprattutto se si hanno dei figli al seguito e se si rimane nello stesso emisfero. Seguire il ritmo dell’anno scolastico è un bel regalo da fare ai nostri figli. È già talmente difficile essere nuovo a scuola, ma se in più si sbarca in una classe che già da qualche mese funziona con le diverse interazioni sociali, la difficoltà aumenta.

flight traffic car airport

Noi abbiamo sempre scelto di traslocare al ritmo delle campanelle di fine e inizio anno, regalando alle nostre bambine/ragazze insieme all’estate il tempo di assimilare il cambiamento. La pausa estiva permette una sorta di allontanamento progressivo e regala le energie necessarie per una partenza ben carichi.

Nelle scuole internazionali il panorama cambia tra il prima e il dopo l’estate. Facce vecchie che spariscono sostituite da visi nuovi con quell’espressione tra il preoccupato e l’entusiasta. L’ultima campanella dell’anno regala scene strappalacrime. Genitori che si abbracciano, mamme con gli occhi lucidi, bambini che fanno fatica a lasciare la mano del miglior amico di turno.

Per chi parte tutto sommato è più semplice, a parte i momenti così in cui ci si dice arrivederci con le lacrime agli occhi. Chi parte ha un mondo spesso tutto nuovo davanti, una vita da rimettere insieme. Le energie saranno necessarie per ricostruire con il sorriso e mantenere alto il morale delle truppe.

Chi resta invece, dopo la pausa estiva, si ritroverà nello stesso mondo conosciuto ma senza delle pedine importanti che ne hanno fatto parte e che hanno dato un senso, a volte, al posto stesso.

Anche chi resta quindi ogni anno si ritrova a dover ricostruire relazioni, in quella continua ricerca di punti di riferimento che vanno e vengono al ritmo delle stagioni. In entrambe i casi non è semplice, è divertente, è un gioco entusiasmante di equilibri, stressante e faticoso.

Ma allora perché? Perché lo facciamo? Perché cambiamo spesso o insistiamo con l’evolvere in comunità internazionale ali che seguono il richiamo dell’avventura?

Non esiste una sola risposta e forse solo chi fa questa vita vagabonda, ne capisce il senso fino in fondo.

Vivere in una comunità internazionale per un expat vuol dire essere con quella sorta di THIRD CULTURE community con i meccanismi ad essa propri e che corrispondono a quelli che conosciamo.

Con questo non vuol dire vivere al di fuori della comunità locale, ovviamente, sarebbe triste, ma mischiare le due. In questo mescolarsi si forma un insieme perfetto. La comunità internazionale è un po’ come la nostra comunità nazionale, i primi tempi di vita all’estero: zona di confort.

Una sorta di siamo tutti sulla stessa barca e ci capiamo. Certo starne ai margini proteggerebbe dalle dolorose separazioni. Statisticamente i locali, in qualsiasi paese, sono meno mobili.

Alla fine però siamo attratti da chi vive come noi, da chi capisce quanto sia difficile cambiare, ma nello stesso tempo è spinto a farlo dalla nostra stessa passione per i punti interrogativi.

Ecco vivere in perenne fase di cambiamento, anche quando non si parte per una nuova destinazione, diventa un modus vivendi. L’adrenalina che ci da le ali è il non sapere cosa sarà domani, il doverlo costruire sempre da zero, circondati a volte da facce nuove.

Ovviamente le vecchie rimangono sempre li parcheggiate in un pezzo di cuore, anche quando decollano con gli occhi lucidi e atterrano in un mondo in cui non c’entriamo più. Nessuno si perde, sommiamo solo affetti e seminiamo pezzi di noi. alla fine il dolore della separazione si trasforma in immensa ricchezza.

E voi preferite essere quello che resta o quello che va?

Io definitivamente quello che va… anche se sono diventata campione nel gestire i sentimenti da quella che resta!

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