Questa mattina leggevo un articolo Qui che parlava delle particolarità delle famiglie expat, delle dinamiche che si creano e delle relazioni tra i diversi componenti della famiglia.
Estremamente interessante e in linea con la mia percezione. La famiglia che espatria, cambiando paese spesso e volentieri, sottoponendosi ad un forte stress emotivo, mandando all’aria certezze e punti fermi, ha legami molto particolari, quasi fusionali.
Il fatto di ritrovarsi a mettere tutto in gioco ogni due, tre, quattro anni, crea dei rapporti molto stretti e, direi, unici. Se per la copia il partner diventa l’unico punto fisso in un mondo in movimento, per i figli i punti fissi saranno due, da un lato i genitori nei quali riporre una fiducia assoluta, unici adulti di riferimento presenti sempre, e dall’altro i fratelli in una sorta di “mal comune e mezzo gaudio”. Si passa attraverso le stesse galere, il roller coaster di sentimenti legati al cambiamento, si deprime insieme e ci si risolleva a vicenda.
Al ritmo dei traslochi, paese dopo paese si diventerà una squadra compatta, un vero team pronto ad affrontare tutto e tutti, i cui membri sono estremamente protettivi nei confronti del benessere del gruppo e nello stesso tempo artefici di questo benessere.
Tutti per uno, uno per tutti è sicuramente un qualcosa che si addice alle famiglie giramondo.
Le esperienze fatte insieme cambiano per sempre, rimangono indelebili e creano ricordi abbastanza straordinari. Ogni piccolo challenge vissuto in famiglia rende più solidi, un vero e proprio collante.
I ragazzi expat spesso poi vanno via di casa prima rispetto ai coetanei che vivono una vita più sedentaria, o vanno più lontano, trovandosi da soli dall’altra parte del mondo rispetto ai genitori, sono super indipendenti, ma nello stesso tempo tornano sempre e con piacere in quel nucleo famigliare che per loro è protezione e sicurezza. Non vorrei essere fraintesa, ma questi ragazzi hanno un senso di appartenenza alla famiglia molto forte, quella famiglia nella sua unicità di percorso che ha saltellato da una parte all’altra del mondo: e ogni famiglia expat ha percorsi unici e esperienze assolutamente molto personali, legate ai diversi paesi in cui si è vissuto, e anche al periodo di tempo speso in questi paesi. Per esempio noi abbiamo vissuto in Giappone tra Francia e India, con bambini di un’età compresa tra i 3 e i quasi 11( età della più piccola all’arrivo in Giappone e della maggiore al momento della partenza), l’esperienza vissuta non sarebbe stata la stessa se ci fossimo trasferirti a Tokyo con tre adolescenti, e nello stesso tempo la nostra esperienza è stata diversa rispetto a tanti amici incontrati negli stessi anni, per età di figli diverse o anche solo per il bagaglio di esperienze che si portavano dietro.
Tante volte mi sono sentita dire: ma le vostre figlie stanno ancora volentieri con voi, più come una constatazione negativa, che altro. Si le nostre figlie tornano sempre felici perché siamo stati per tutta l’infanzia e adolescenza il loro unico porto sicuro, l’unica costante, e anche quelli che si trovavano ad affrontare le stesse difficoltà nello stesso momento. Tornano perché sono lontane ma sanno che la lontananza non fa differenza, che i rapporti vanno avanti con paesi e oceani di mezzo, che la qualità delle relazioni prevale sulla quantità, e perché ne abbiamo passate tante insieme e tutto questo ci ha permesso di costruire la nostra monocultura famigliare, molto particolare, una confort-cultura per ricaricare le batterie e affrontare la vita!

Rispondi