Di cosa abbiamo bisogno quando atterriamo in un nuovo posto? Quali sono i primi passi per sentirci bene e ricostruire in fretta casa lontano da casa? Come dobbiamo muoverci per mantenere il sorriso e cercare subito di partire con il piede giusto?
Tutte domande che necessitano di risposte complesse. Arrivare da qualche parte anche quando la famosa esperienza ci insegna come fare e ci da le chiavi di lettura più importanti per farlo con leggerezza, non è mai qualcosa di scontato. Anche quando il paese sembra semplice le difficoltà ci sono e possono sembrare insormontabili, per assurdo più insormontabili perché inattese. Quando si parte veramente lontano, per immergerci in culture agli antipodi da quelle conosciute, per assurdo si è quasi più preparati ad essere spaesati e a doverci rimboccare le maniche in fretta per sentirci bene. Quando si parte invece dietro l’angolo in città che sulla carta sembrano simili a quelle nelle quali abbiamo vissuto, abbiamo forse molte più certezze e la convinzione che ce la faremo in fretta perché già sappiamo…
Ed ecco invece l’errore di partenza, mai sottovalutare le difficoltà di città che così, di primo acchito, sembrano prive di insidie.
Atterrare consci che non sarà mai e poi mai un gioco da ragazzi è, a mio avviso, importante per muoversi nella direzione giusta.
Per assurdo per me arrivare a Parigi incinta di 4 mesi è stato molto ma molto più complicato che atterrare a Tokyo con tre bambine tra i 7 e i 3 anni.
Mi sono trasferita a Parigi con l’arroganza di chi conosce la lingua e pensa di conoscerne la cultura in tutte le sue sfumature senza sforzi. Abbastanza in fretta ho capito che sarebbe stata più dura del previsto.
Sono arrivata a Tokyo con tutt’altro atteggiamento, tantissima umiltà, la convinzione che sarebbe stato complicato, che avrei dovuto metterci tutte le energie del mondo, e alla fine ripensandoci 15 anni dopo, non è stato né duro né così insormontabile. Io avevo l’atteggiamento giusto, quel misto di voglia di scoprire, che ho comunque sempre, e di umiltà, sapevo di essere come un bambino che ha tutto da imparare, dovevo lasciarmi guidare dal mio istinto e procedere per gradi senza fretta.
Non ho avuto bisogno di troppo tempo per sentirmi a casa, e questo anche nelle destinazioni successive, aiutata anche dal fatto che la casa nei suoi piccoli dettagli ce la siamo sempre portata dietro, pur comunque lasciando un certo spazio per integrare elementi della nostra nuova cultura d’accoglienza, creando un delizioso nido che rispecchiava e rispecchia questo continuo itinerare.
Arrivare dall’altra parte del mondo e sedersi su un divano osservando un quadro che fino a qualche mese prima decorava un altro muro, in una altra casa che ormai ci faceva sentire protetti, aiuta nel processo, si che aiuta.
Ricreare un piccolo confort tra le quattro nuove mura che ci ospitano e per me fondamentale all’inizio, ma questo non per spingerci a restare in casa il più possibile, ma per garantirci nei momenti in cui rientriamo dalla nostra missione di scoperta del nuovo, un po’ di equilibrio, quel calore necessario per tirare il fiato. Se la sera rientriamo in un posto che ci fa sentire bene, che ci mette a nostro agio, ecco che possiamo passare nel resto della giornata ore ed ore al limite della nostra zona di confort, cosa necessaria per veramente imparare a conoscere cosa ci sta intorno.
Uscire dalla nostra zona di confort è fondamentale, altrimenti non si riuscirà mai ad integrare il nuovo. Ma uscire dalla zona di confort richiede energie da vendere e proprio per questo abbiamo bisogno di tirare un po’ il fiato.
Quando vivevamo in India il mio dispendio quotidiano di energie per capire come tutto funzionasse, per impossessarmi di nuovi codici di comportamento, per sentirmi bene, era tale che per fortuna la nostra casa mi regalava quel sentirmi sicura e rilassata di cui avevo bisogno per ricaricare le batterie. Avevamo fatto molta attenzione nel sceglierla, proprio perché sapevamo che non sarebbe stato semplice all’inizio e che proprio a casa avremmo potuto liberarci della nostra armatura ed essere noi stessi.
Intendiamoci bene, non è una guerra, ma una piccola e anche piacevole, battaglia quotidiana, per ritrovare equilibri e sentirsi integrati, ma ovviamente il dispendio di energie è alto!
Ovviamente in tutto questo fondamentale è la voglia di farcela, la convinzione che sarà fantastico, il veder tutto, difficoltà comprese, nel modo più ottimistico possibile. Per natura sono ottimista e credo che nel mio approccio in generale al nuovo, questo mi aiuti tanto. Credo però anche che sia importante sforzarsi di esserlo, importante essere convinti che andrà tutto bene, che nonostante ostacoli e difficoltà, ritroveremo equilibri e armonia. Vedere il bicchiere mezzo pieno quando si espatria è un passo fondamentale e ci aiuterà tantissimo.
Umiltà, un posto comodo in cui tirare il fiato, lo spingersi ad uscire dalla propria confort zone. la voglia di farcela condita con molto ottimismo: quattro punti importanti che sicuramente ci aiuteranno ad appassionarci a questa vita vagabonda e a coglierne con entusiasmo ogni piccolo dettaglio!

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