Quando lasciarsi è sempre routine dolorosa.

Giorni fa chattavo con un’amica, dopo una di quelle intense giornate inglesi, che, con il loro ritmo folle e la valanga di sentimenti confusi che si portavano dietro, hanno rallegrato la mia settimana in Gran Bretagna. Le raccontavo i piccoli dettagli dell’installare le mie ragazze, quella gioia condivisa con loro di giorni speciali, le mille cose da fare. Ridendo lei mi ha detto sei pronta a scrivere un altro libro, le ho risposto eh si guarda il titolo potrebbe essere “ti installo il figlio al college: istruzioni per l’uso” e poi ho aggiunto o forse “ mi separo dal figlio: istruzioni per come sopravvivere”

Sono al terzo giro, potrei farlo ad occhi chiusi. Le stanze delle residenze universitarie non hanno più segreti, so cosa si deve comprare subito, cosa no, cosa forse. So anche come aiutarle a ricreare casa e sentirsi a casa, perché comunque l’ho fatto negli anni così tante volte che so cosa può far sentire bene subito e cosa invece è meglio evitare all’inizio per non cadere nella spirale nostalgica del mi manca quel che ho lasciato.

Insomma lato logistico ho una certa esperienza. 

Lato umano, potrei dire anche, ma poi ogni volta ti sembra di esserti dimenticato, ogni volta credi di gestire il tutto come un professionista ma non fai i conti con il tuo cuore che non segue, con quella vocina dentro che ti dice “no non andare ancora”.

Credo che non si diventi mai maestri nella separazione, credo che si impari a mostrarsi solidi e sorridenti, a non far vedere veramente quel che si prova, ma che non ci si possa ingannare. No non mi freghi cara, puoi pensare di mostrare agli altri il tuo sorriso smagliante, ma a te stessa no, non puoi.

Così non mi sentirei mai capace di dire come salutarsi, di raccontare che tutto va bene, che fa parte delle cose della vita, che i figli vanno e noi dobbiamo essere felici.

Certo felice lo sono, infinitamente felice, ma la mancanza non c’entra nulla con la felicità, la mancanza è un quotidiano che non c’è più e ritornerà solo a sprazzi, la mancanza è una stanza vuota la maggior parte del tempo, una telefonata sempre troppo breve, un ritrovarsi fatto di tempo da recuperare.

No non potrei scrivere un libro dove insegno a separarsi, potrei scriverlo per spiegare come far entrare il guardaroba delle mie figlie, borse e scarpe comprese, in una stanzetta universitaria che è un terzo di camera loro, ma non saprei dove incominciare a parlare di separarsi da loro senza quel peso in fondo al petto e un po’ di lacrime che salgono e scendono all’angolo degli occhi.

Penso tutto sommato che il fatto che sia doloroso e che lo rimanga nel tempo e nonostante la pratica, sia quasi il segno di quel filo solido, sottile e trasparente che per sempre ci legherà ai nostri figli, lungo quanto le distanze che negli anni metteremo o metteranno tra noi e loro, ma sempre lì indistruttibile a ricordarci quel legame assurdo che costruiamo con loro da quella prima volta in cui sentiamo il loro cuoricino battere o li sentiamo muoversi dentro di noi.

Nel mio manuale potrei solo dire che così deve essere ma che non si deve fare finta che tutto sia normale, non lo è perché poi si arriva a casa e nonostante la routine nonostante la vita che scorre, loro mancheranno, si che mancheranno.

E forse è giusto che sia così. 

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