Il giornalismo distruttivo

Leggere la stampa che sia americana, svedese, francese, italiana o canadese, in queste tumultuose settimane, mi fa rabbia e sorridere.

Un mescolarsi di sentimenti ambigui che sicuramente possono allegramente convivere.

Per otto anni sui giornali di tutto il mondo Northvolt è stata lodata e presa ad esempio. Il suo management osannato e la sua visione elogiata, articolo dopo articolo. Si deve avere le palle per voler cambiare il mondo e per provarci. E loro ad ogni passo dimostravano di averle, attirando talenti da tutto il mondo. L’immagine trasmessa era quella di una start up dinamica, ben riflessa nei visi intelligenti dei suoi manager. 

Fino a giugno erano l’esempio da seguire. Poi è arrivato il dopo. Un mercato dell’auto elettrica che sembra rallentare ( non essendo forse mai partito) e la congiuntura economica complessa per l’ industria automobilistica in generale.

Iniziano i problemi, e la stampa di colpo incomincia a cambiare atteggiamento. Dalle stelle alle stalle è un attimo. Nulla passa più inosservato. Dettagli assurdi vengono sottolineati. Si vira al giallo scandinavo parlando addirittura di morti sospette.

Tutto sembra dare spunto ai giornalisti per attaccare. Se prima tutto era lustrini e paillettes, adesso siamo al contrario. Come se gli 8 anni precedenti non fossero esistiti. Come se il lavoro fatto non avesse più nessun peso.

Allora si certo gli errori ci sono stati, ma quante sono le aziende con percorsi lineari? Poche, soprattutto nel mondo delle start up. Non bisogna mai dimenticarsi che dietro ogni impresa di successo o di fallimento ci sono uomini e donne che hanno consacrato anima e corpo ad un progetto, mettendo anche in conto di cadere e rialzarsi, e poi cadere e rialzarsi di nuovo.

È facile scrivere titoloni e articoli con informazioni prese a pezzi e incollate insieme, ed è facile anche sparare a zero senza nessun intento costruttivo. Denigrare non porta a nulla. Il silenzio forse farebbe un gran bene, aspettando qualcosa di serio da dire.

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