Estate tempo di migrar

Estate tempo di migrar ma non solo. Per le famiglie expat è spesso il momento di affrontare un nuovo spostamento. Per i bambini e ragazzi è tempo di saluti. Si chiude la porta di una scuola e si vive con l’ansia dell’apertura della successiva, nuova scuola, nuovo paese. Per gli studenti alla fine del liceo, passata la fatica degli esami, l’estate diventa il punto di partenza per una nuova partenza, spesso diversa da quella dei genitori.

I ragazzi expat partono alla scoperta del mondo relativamente presto rispetto ai coetanei sedentari. A 17/18 anni si ritrovano proiettati lontano da casa, lontano da sicurezze e punti fermi.

Non c’è scelta. Molti tornano nel paese d’origine per studiare. Molti altri rimangono nel paese in cui sono installati i genitori, ma cambiano città. Altri ancora volano altrove o rimangono dove sono, vedendo partire la famiglia d’origine verso altri lidi.

Per fortuna nella famiglia expat tutti sono più o meno preparati ai grandi scombussolamenti post estate. I genitori sanno che troppo presto i figli voleranno fuori dal nido. I figli non hanno mai pensato di restare nel confort del nido più a lungo degli anni liceali. Il nucleo famigliare nel momento in cui si sceglie il mondo come terreno di gioco, è settato su una sorta di “data di scadenza” della vita tutti insieme nello stesso posto. Il che non vuol dire che non si abbiano più momenti insieme. Si punta sulla qualità del ritrovarsi, belle intense parentesi. Il vero specchio della solida squadra che l’espatrio ha forgiato.

Triste? Non direi. Strano? Forse. Ma alla fine siamo circondati da amici che si trovano a vivere esattamente le stesse separazioni, con lo stesso miscuglio di sentimenti.

Ma come fare per superare al meglio questa che sembra comunque una fase un po’ traumatica per tutti? Prepararsi. Immaginare il dopo. Parlarne in famiglia.

Quando la nostra numero uno si apprestava a volare dalla Baia di San Francisco a New York per l’inizio del suo eccitante percorso universitario, abbiamo cercato di darle gli strumenti per partire solida. Il che nello stesso tempo regalava a noi un po’ più di serenità. Non è semplice veder partire un neanche diciottenne e immaginarselo da solo a sei ore di volo e tre di fuso.

Un po’ di incontri con uno psicologo le hanno dato un po’ di chiavi per affrontare il nuovo viaggio, il primo atterraggio veramente da sola.

Il fatto comunque di aver vissuto per i suoi primi 17 anni nell’incertezza della vita expat, tra traslochi, container e nuove scuole, aveva già contribuito a darle un certo numero di strumenti utili per gestire serenamente il distacco.

I ragazzi expat, i famosi third culture kids, hanno questo di bello, una forte adattabilità. Questa adattabilità serve sicuramente loro per attutire il colpo.

Sanno cosa vuol dire il distacco, ma sanno anche che i legami rimangono al di là del quotidiano. Hanno vissuto relazioni con nonni, zii, cugini con gli schermi a fare da filtro. Hanno gestito amicizie con mesi e mesi tra un abbraccio e l’altro. Sanno che genitori e fratelli sono abituati a fare lo stesso.

E noi genitori? Certo le stanze vuote, l’ordine, il silenzio, la mancanza del contatto, del bacio, della mano stretta, dei loro occhi nei nostri senza nulla in mezzo, un po’ di sofferenza la provocano, ma poi ci si abitua, e anche noi, come loro lo siamo già un po’. Le emozioni e la tristezza da separazione ci siamo trovati a gestirla come figli, come amici, come nipoti, applichiamo le stesse tecniche per quella con i nostri ragazzi, ripetendoci ce la puoi fare. E alla fine si riesce, si sorride e si gode di ogni attimo, carpe diem…

In bocca al lupo a tutti quei genitori e quei figli che si abbracceranno stretti in qualche aeroporto, con gli occhi lucidi e qualche lacrima a rigare il viso.

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