il senso di colpa del vivere qui al Nord.

Una delle cose  che questo covid mi ha regalato è uno stato di perenne senso di colpa. Passati i primi mesi di terrore, di rabbia, di impotenza, quelli in cui non riuscivo a dormire, quelli in cui ero a disagio in un paese che nuotava controcorrente, con gli occhi del mondo puntati addosso, quelli in cui cercavo di fare come tutto il resto del mondo faceva, nuotando quindi a mia volta contro un flusso che in Svezia andava in tutt’altra direzione.

Dopo un paio di mesi ho incominciato a capire che non potevo vivere in un paese applicando le restrizioni che veniva da altri paesi, non potevo impormi regole che per forza di cose non avrei potuto rispettare, il mondo intorno a me girava in modo troppo normale per poterlo fare, o forse la mia volontà non era abbastanza forte: vivere controcorrente non mi si addice.

Allora ho incominciato d adeguarmi, a far mie le poche regole imposte, accettando il modo di procedere completamente diverso, fino ad esserne addirittura felice.

Dopo un paio di mesi di vita tra parentesi, ho ripreso a vivere con molte cautele, ma senza troppi limiti, se non i pochi imposti mescolati con quelli del buon senso. Non mi sono mai ritirata a vita monastica, continuano a vedere amici, a organizzare qualche cena, ad accettare inviti, ad uscire. Certo ho evitato di incontrare gente nuova, in generale, rimanendo in una bolla sociale scelta, esattamente come ci consigliavano di fare.

Già questa estate durate la mia vacanza italiana, mi sono resa conto del privilegio di aver vissuto il covid in un paese che ha imposto pochissime regole e nessuna drastica chiusura. Più i mesi si sono susseguiti, più ho incominciato a coglierne quasi dei lati positivi, perché aver vissuto tutto questo da qui ne ha sicuramente tanti, primo tra tutti quel senso di libertà che non è mai venuto meno e che sicuramente dal punto di vista psicologico ci ha aiutati ad attraversare questo periodo buio.

Ma questa nostra vita un po’ più leggera che altrove ha per me un rovescio della medaglia, a fase alterne mi sento in colpa, come se questa mia libertà non richiesta ma assolutamente ben accolta, mi mettesse in difficoltà rispetto a tutte le persone che conosco che da mesi e meni vivono una vita sospesa. Tutte le volte che esco da un ristorante, o che, come questa volta, rientro da un piacevole week end fuori porta, mi assale uno strano senso di disagio, come se parlarne al di fuori della cerchia di persone che come me condividono la stessa libertà, fosse sbagliato. Un certo pudore forse, la voglia di non esporsi troppo perché i giudizi possono essere trancianti. In tanti da lontano non capiscono questa nostra vita, nonostante tutto. Non l’abbiamo chiesta, è successo, ci siamo trovati a vivere questa pandemia in un paese che ha deciso di fare in modo diverso, all’inizio temevo fosse un gioco al massacro, un qualcosa che assomigliasse di più ad una sorta di suicidio collettivo, una specie di moriremo tutti….

Pian piano poi ho incominciato a capirne il senso, a sentirne i vantaggi, ad apprezzarne i risvolti.

Il senso di colpa però rimane, mescolato con il sentimento di vivere in un paese che si è tirato addosso critiche violente, benché nel bilancio finale forse non avrà di sicuro fatto peggio di tanti altri.

Rispondi

Scopri di più da Come sopravvivere in giro per il mondo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere