Si parla senza tregua di quanto i ragazzi siano toccati dalla pandemia, di quanto le loro vite siano stravolte, ridotte, limitate. Di quanto la didattica a distanza metta a nudo le loro fragilità, di quanto la vita tra parentesi alla quale sono costretti da un anno li abbia distrutti psicologicamente.
Ovviamente a seguire si parla di come aiutarli a recuperare equilibri, interessi, speranze. Si parla di come spronarli a recuperare sorriso e spensieratezza. Mi sono già espressa tempo addietro, io mamma di giovani adulti costretti a casa davanti ad un computer, lontani dalle aule universitarie, mi sono espressa con compassione certo ma non la stessa che provo per gli anziani, che loro si si trovano a vivere in sospeso vite che spesso arrivano a fine corsa in questo mondo stravolto. I nostri ragazzi, tra un anno, due, tre, riprenderanno allegramente il filo del discorso, la pandemia rimarrà nel cassetto dei ricordi, un periodo che forse racconteranno ai loro nipotini, un giorno. I nostri anziani invece chiuderanno con questa nota stonata, dietro porte chiuse, senza abbracci, quegli abbracci di cui hanno bisogno, tanto e quanto i nostri bambini.
Ma non è di questo in realtà che voglio parlare, voglio parlare di come ancora oggi, a più di un anno dall’inizio di questo incubo ci siano dei giovani, quegli stessi giovani di cui abbiamo compassione, che se ne strafregano allegramente, che non hanno mai rinunciato a niente, sviando regole e imposizioni, e questo non particolarmente qui in Svezia, dove in fondo la libertà individuale, aggiungerei purtroppo, regna sovrana, ma anche in quei paesi dove nero su bianco si ordina di non ritrovarsi in 30, di non ammassarsi in giro, di non mettersi a rischio, perché così facendo si mettono a rischio gli altri.
Incomincio a chiedermi dove noi genitori, non tutti certo, ma dove la nostra generazione di genitori abbia sbagliato, se non siamo riusciti a comunicare ai nostri figli un po’ di rispetto e un po’ di empatia. Certo vedo intorno a me tanti adulti che sono lo specchio del comportamento di tanti ragazzi, menefreghisti ed egoisti, quindi perché stupirsi, come dicono i francesi “ les chats ne font pas des chiens” ( i gatti non partoriscono cani).
Mi chiedo però come sia possibile che esistano ancora degli adolescenti che non abbiano preso le misure di quello che sta succedendo, che non si sentano coinvolti e minimamente toccati.
Adesso anch’io non faccio parte della categoria di quelli che hanno chiuso la porta di casa e si sono rintanati tra le loro quattro mura, uscendo solo se necessario. La mia vita è proseguita con un certo tipo di normalità, aiutata anche dal fatto, ovvio, di vivere in un paese che non mi ha imposto particolari limiti, gli unici me li sono imposta da sola, cercando di proteggermi, e di proteggere anche il mio equilibrio psicologico. Ho scelto un gruppo di amici con i quali vedermi, ho dato fiducia che quelli con cui mi ritrovavo non fossero incoscienti e facessero attenzione. Mi sono ammalata e francamente potrei essermi ammalata semplicemente andando a fare la spesa, non rimpiango di aver scelto di vivere un po’, conscia del rischio.
Così hanno fatto le mie figlie sia quando erano qui che nelle loro rispettive città, così continuano a fare, però nessuna di loro ha avuto, ha o avrebbe l’idea di andare a destra o sinistra, di ritrovarsi in feste con mille persone urlanti e saltellanti, di frequentare gente al di fuori di un ristretto gruppo di cui più o meno si possono controllare i comportamenti. Mosche bianche, mi sembrano delle mosche bianche in questo panorama di giovani incoscienti che poi per giunta postano foto e video sui social, come se fosse normale, come se loro fossero nel giusto e tutti gli altri dei paurosi esagerati.
Perché se proprio non sai trattenerti, se proprio vai contro tutte le regole, quelle suggerite e quelle imposte, almeno abbi il pudore di non urlarlo ai quattro venti, fallo in silenzio. Da genitore mi chiedo come un genitore possa tollerare, o forse come a livello educativo un genitore abbia creato individui così egoisti e centrati su se stessi, perché direi che il problema è proprio questo il continuo mettere il proprio benessere individuale davanti a quello degli altri, il proprio piccolo mondo al centro del tutto. Così mi spiace non ne usciremo mai, ma non dalla pandemia, ma da qualcosa di ben peggiore, l’individualismo crescente. Ecco questo mi spaventa, covid o non covid, una società futura dove nessuno guarderà oltre il proprio orticello in barba al benessere di chi ci sta intorno….forse ci meritiamo l’estinzione

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