Ormai è quasi un anno il corona virus è entrato a far parte delle nostre vite, stravolgendole in modo totale. Ormai è quasi un anno che vivo in un paese che ha deciso di seguire nella lotta al virus una strada tutta sua. Non voglio entrare nel merito del se ha fatto bene o fatto male, perché sono convinta che nessuno abbia fatto bene o male e ognuno, inteso ogni paese, abbia deciso di applicare un approccio alla situazione che potesse corrispondere ai molti dettagli che lo contraddistinguono.
Quasi 11 mesi dopo l’inizio di questo incubo, posso però dire che l’aver vissuto il tutto da qui e con il suo insolito approccio, ci ha regalato una certa serenità psicologica, se di serenità si può parlare.
I limiti, le restrizioni, ci sono anche qui, anche se la stampa straniera si accanisce ormai da mesi a dipingere la Svezia come il paese in cui, allo stato attuale, tutto è permesso e tutti se ne fregano. Ho capito che le notizie su tanti giornali appaiono filtrate da occhi che decidono di vedere solo certi aspetti, isolando dettagli dalla visione d’insieme. Comunque è assolutamente normale che, visto l’approccio inusuale, la Svezia si sia tirata addosso valanghe di critiche, forse troppe e forse troppo acide ed eccessive, ma pazienza, credo che fondamentalmente se ne freghino e lo dimostrano insistendo sulle loro linea, aggiustando qua e là il tiro, in modo quasi naturale.
Stoccolma oggi non è sicuramente la città vibrante di un anno fa, con locali e ristoranti pieni e gente, sembra la brutta coppia della Stoccolma in veste estiva che si svuota dei suoi abitanti senza recuperare in bonus migliaia di turisti. La città vecchia è deserta, e aggiungerei assolutamente splendida. Il centro langue con i suoi negozi mezzi vuoti. Il fatto che adesso i ristoranti chiudano alle otto di sera regala immagini da coprifuoco, che non c’è, ma sembra esserci.
Nonostante tutto però noi qui in questi mesi abbiamo avuto la possibilità di vivere regalandoci ogni tanto un po’ di leggerezza. Scegliere di poter mangiare fuori, di fare due passi, di comperarsi un vestito nuovo, di bere un caffè con un’amica, aiuta, aiuta un sacco in momenti come questo in cui tante certezze sono venute meno e in cui spesso molti affetti sono lontani, troppo lontani.
Adesso nei ristoranti si può essere solo in 4 allo stesso tavolo, anche se conviventi, e così seduti al tavolino di un caffè, ma va bene lo stesso, perché se si ha voglia, si ha la scelta, e così è stato da sempre.
Quello che noto qui rispetto a quello che vedo altrove è un approccio molto meno angosciato alla situazione, certo la gente ha paura, fa attenzione, si protegge, ma da 11 mese adatta la sua vita quotidiana, da 11 mesi convive con i virus e avanza, con rinunce, limiti ma anche boccate di ossigeno. E questo credo che a questo punto faccia la grande, grandissima differenza. Alla fine supereremo il virus, le vaccinazioni ci regaleranno la via d’uscita, ma gli strascichi psicologici, quelli temo che rimarranno e saranno pesanti. Chi ha vissuto lock down severi, limitazioni forti alla propria libertà individuale farà fatica a recuperare. Non metto in dubbio la necessità e l’importanza di certe chiusure, non metto in dubbio il bisogno di provvedimenti severi e chiari, ma quello che si porteranno dietro in termini di fragilità psicologiche dovrà sicuramente non essere preso sotto gamba.
La serenità psicologica data dalla libertà di scelta che abbiamo avuto qui, pur con forti limiti, sia chiaro, farà la differenza nel voltare pagina, perché volteremo pagina e ricominceremo a vivere respirando a pieni polmoni con allegria ed entusiasmo

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