Che strano, assurdo, inizio di anno nuovo. Il tempo sembra sempre lì sospeso in attesa che la vita riprenda il suo corso normale. Le mie ragazze sono bloccate qui, due su tre, per un nuovo inizio di semestre dietro uno schermo, la nostra nuova realtà. Sia Federica che Camilla non possono rientrare in Inghilterra su richiesta delle rispettive università, cosi tra alti e bassi si adattano di nuovo, cercano i loro spazi, tengono a freno il disagio di essere lontano dalle loro vite. Chiara riparte per New York tra un paio di settimane, dieci mesi dopo il suo atterraggio a Stoccolma Quando si lasciò dietro al decollo una New York che si chiudeva totalmente, affrontando una delle situazioni più drammatiche di questa pandemia.
Erano anni che per periodi così lunghi non ci ritrovavamo ad essere tutti e cinque in un ritmo di vita normale, non in quello dolce e lento delle vacanze.
Sentimenti contrapposti. Da un lato la gioia di godere della loro presenza, del loro caotico disordine, dei lori visi, quotidianamente. Dall’altro lato un senso di amarezza mescolato alla tristezza di vedere le loro vite sospese, diverse da quel loro leggero scorrere, da quell’essere serenamente indipendente e protese nel costruirsi le loro vite con noi come attenti osservatori distanti.
Tutto sembra stravolto e in certi momenti faccio fatica a recuperare una visione serena di quel che sarà. Vorrei tanto riaccompagnarle ognuna al proprio volo, salutarle con la mano, emozionarmi al loro ritorno. Vorrei tanto sentire il silenzio della loro assenza e buttare lo sguardo su stanze vuote. Vorrei andare a letto con quel piccolo vuoto in mezzo al petto e un ultimo pensiero al che cosa stanno facendo.
Questo è quello che più mi angoscia questa normalità stravolta, queste loro vite che cercano lo stesso sprazzi di equilibrio, questo nostro inusuale essere insieme che non dovrebbe essere, perché la vita così non era prevista.

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