Le offerte che ti cambiano la vita: vita d’expat.

Una delle mie figlie da giugno si occupa di recruitment e talent acquisition, è quasi sicuramente quando tra sei mesi finirà l’università questo rimarrà il suo campo d’interesse. Oggi dopo aver ricevuto un ritorno positivo su un’offerta fatta a un candidato, mi dice “ mamma è incredibile pensare che io contribuisco a cambiare il corso della vita di queste persone”. 

Allora mi sono venute in mente tutte le volte che un’offerta nuova è arrivata anche per noi, tutte le volte che ci siamo trovati a decidere e di conseguenza a modificare la direzione delle nostre vite, saltando su nuove opportunità.

Mi ricordo i sentimenti contrastanti, le notte insonni, la paura di fare la scelta sbagliata, la folle scarica di adrenalina all’idea di ricominciare tutto dall’altra parte del mondo.

Mi ricordo la prima volta, quella prima telefonata da Londra in cui l’allora mio fidanzato mi disse: mi hanno proposto un lavoro a Parigi, accetterò soltanto se sarai disposta a seguirmi.

Io vivevo a Torino, lui in un periferico quartiere londinese, avevamo 26 anni e le nostre vite stavano iniziando a disegnarsi. Il progetto di vivere insieme e sposarci era nell’aria, ma così su due piedi decidere di mollare tutto, io, e seguirlo non fu facilissimo. Passai notte intere a rigirarmi nel letto, imparai successivamente che ogni grande decisione è preceduta da notti insonni, fa parte del normale processo che ci porta ad accettare l’avventura come un qualcosa per cui siamo inesorabilmente tagliati.

Fu quando invece pensavo che la nostra vita si sarebbe assestata in un pacifico e piacevole ritmo francese, che arrivò la seconda terribile proposta.

Anche questa volta a farmela fu sempre quello che anni prima era il mio fidanzato, diventato ormai mio marito e papà delle nostre tre bambine, rientrò a casa una sera e guardandomi negli occhi, con quella luce inconfondibile di chi ha voglia di grandi cose, mi disse “ mi hanno proposto di partire in Giappone, cosa ne pensi?” . Su due piedi saltai di gioia, una ventata di entusiasmo mi pervase, risposi subito con un sonoro Si, come se quella proposta cadesse nel momento giusto e assolutamente non mi pesasse l’idea di muovere baracca e burattini e trasferirmi lontanissimo dalle mie sicurezze. Arrivò poi lo stress, la paura, le solite notti insonni a chiedermi se non fossimo diventati pazzi, se c’è l’avremmo fatta, noi da soli con tre bambine dall’altra parte del mondo.

Fu in Giappone che qualcosa in me cambiò radicalmente, o meglio che incominciai a vedere me stessa e noi come famiglia, come una famiglia itinerante, una famiglia che avrebbe trovato nutrimento nel movimento continuo, nel partire e atterrare, nel ricreare casa lontano da casa.

Ero appena atterrata a Parigi dal Giappone per una toccata e fuga francese, in preparazione di un nostro possibile rientro in Francia alla fine dell’estate, quando invece arrivò quella terza proposta che cambiò nuovamente il corso degli eventi. Mi ricordo quel viaggio aereo come un incubo, durante il volo mi accorsi che una delle bambine aveva i pidocchi, arrivavamo a casa di amici che ci avrebbero ospitati per pochi giorni, imbarazzante. La mia amica aprì la porta con un grande sorriso, scoppiò a ridere quando le annunciai i possibili ospiti indesiderati sulla testa delle mie creaturine, scoppiai a ridere anch’io quando in risposta mi disse: sai cosa ti dico? Penso che anche i miei tre abbiano i pidocchi.

La nostra serata fu un susseguirsi di trattamenti sulle sei testoline pidocchiose. Quando finalmente ci rilassammo e ci sedemmo sul divano, Paolo che era in 

Europa per lavoro e ci aveva raggiunte dai nostri amici, mi guardò e sempre con quel solito sorriso, mi disse: mi hanno proposto di partire in India, che ne dici?

Di colpo la prospettiva di un ritorno ad una tranquilla vita di banlieu parigina fu spazzata via da immagini di un paese che non conoscevo ma che indubbiamente faceva sognare. Dopo i bellissimi anni giapponesi non ero pronta a ritornare ad una vita più pacata e meno sorprendente, l’India mi offriva la possibilità di continuare a stupirmi e scoprire.

Ovviamente anche in questo caso passammo tra alti e bassi, valutammo attentamente i vari aspetti, perché comunque spostare una famiglia non è mai una cosa di poco conto, e gli elementi da prendere in conto sono tanti.

Accettammo la sfida, imballammo tutto e imparammo a chiamare casa un posto esotico, sporco, colorato, pieno di odori e dai sapori speziati. 

L’annuncio del rientro in Europa non lo accolsi con lo stesso entusiasmo dei precedenti, ma fu piuttosto una botta dura per il mio morale. Benché mi ripetessi che era la scelta migliore, avevo il sentimento che rientrare a Parigi sarebbe stato un remake assolutamente poco piacevole di una vita precedente. Le notti insonni furono molte e ogni volta cercai di convincermi che tutto alla fine sarebbe andato bene.

E alla fine fu così, ovviamente perché da ottimista che sono guardo sempre il bicchiere mezzo pieno e quel nuovo giro in terra francese alla fine faceva parte di un disegno più ampio, doveva essere così!

Mentirei però se dicessi che la voglia di ripartire non fosse sempre lì a tenermi compagnia, sapevo che prima o poi ci saremmo ritrovati a saltare su un treno in corsa e che ci si sarebbero nuovamente presentate davanti occasioni meravigliose per ripartire all’avventura.

Andò ancora meglio del previsto perché quasi contemporaneamente ecco due fantastiche occasioni professionali bussare alla nostra porta, una verso est con un ritorno nella nostra amata India e una ad ovest, con un oceano e un intero continente di mezzo. La storia dice che l’avventura californiana ebbe la meglio sul’ India atto secondo, ma non fu scelta facile.

Da un lato io lavoravo con l’India, avevo in India una grossa parte della mia attività e ritornare in India rimava con la possibilità di far crescere il mio lavoro, di finalmente poter prender in mano le redini e immaginare possibili svolte. Dall’altro l’offerta californiana era un salto nel vuoto in cinque senza paracadute, una di quelle avventure che possono presentarsi una volta è mai più, difficile rinunciare. 

Mi ricordo ancora, ero all’aeroporto di Malpensa, stavo rientrando a 

Parigi da una serie di eventi organizzati in Italia, ricevetti un messaggio di 

Paolo che diceva semplicemente: cosa ne pensi della California?

Lo chiamai subito, la prima domanda mia fu: e l’India? Risposta sua: farà il suo corso, aspettiamo e vediamo come le due cose evolveranno.

La notte prima del volo per San Francisco non ho dormito rigirandomi nel letto e chiedendomi incessantemente perché avevo detto di SÌ. La risposta la trovai abbastanza in fretta una volta atterrata.

Cinque anni in California, cinque anni fantastici.

E la Svezia? Il processo è stato un po’ più lungo, con i suoi alti e bassi e con le mille paure solite, ma sicuramente condito dalla voglia di tornare in Europa, di riappropriami di distanze meno distanze e di una vita meno da American dream.

Ci siamo di nuovo un po’ lanciati nel vuoto, forse con un po’ più di certezze rispetto a cinque anni prima, ma con la passione assoluta per i progetti folli e tutti da costruire.

Dopo più di tre anni non me ne sono mai pentita e non mi sono neanche ancora stufata, starò diventando vecchia e più sedentaria o semplicemente Stoccolma ha saputo stregarmi e per il momento continuare a farsi vivere con entusiasmo…

Abbiamo cambiato vita tante volte e 24 anni dopo la prima volta continuo a pensare che siamo nati per questo!

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