Giovani adulti prendono il volo: 12 anni di differenza tra il Nord e il Sud dell’Europa. Condiderazioni.

Casca proprio a pennello il sondaggio uscito qualche giorno fa sui giornali a proposito dell’età alla quale i giovani europei lasciano il nido famigliare per volare da soli per la prima volta.

Ecco proprio nei giorni in cui  ho lasciato andare la mia diciottenne, felicemente installata nella sua vita universitaria a Londra, mi intrigano le differenze enormi tra nord e sud Europa.

Ben 12 anni separano i giovani svedesi dai coetanei italiani. Un mondo intero. 

Se nel nord Europa i giovani volano fuori casa alla vigilia dei diciotto anni, in Italia il confort delle quattro mura domestiche, cullati da mamma e papà, non lo si abbandona fino ai 30. Faccio fatica a capire come un trentenne possa ancora vivere in casa, faccio fatica anche ad accettare le spiegazioni per questa partenza ritardata, per questo assurdo rimanere bambini in età inoltrata. Sarà anche che noi a 30 anni avevamo due figli e l’autonomia necessaria per allevarli e per goderci la nostra vita.

Mi ricordo, tantissimi anni fa lessi un articolo che allora parlava appunto di quelli che erano i miei coetanei alla soglia dei 30 anni, erano gli inizi del 2000, stessi confronti tra nord e sud Europa in quanto a tempistiche di abbandono del tetto materno. In 20 anni nulla è cambiato. Il quadro faceva paura. Le motivazioni erano spiazzanti. Spesso la scelta di rimanere in casa era legata al non voler perdere il confort del vivere con vitto e alloggio a casa dei genitori, consci che uscir fuori da quelle mura rimasse con spese extra e con il doversi finalmente responsabilizzare. In pratica la paura dei giovani di allora era il rischio di non poter più fare liberamente tutto quello che si voleva fare, di non potersi comprare tutto quello che ci si voleva comprare, di non poter insomma godere della vita al massimo senza correre rischi, e parlo di anni in cui la crisi non batteva alla porta e, per i giovani, soprattutto laureati, che erano poi quelli dei quali si parlava nell’articolo, non condizionava per nulla il trovare un primo o un secondo impiego.

Allora la trentenne che ero, rimase allibata dalle spiegazioni riportate, oggi nuovamente, la cinquantenne che sono, legge analoghe spiegazioni con la stessa perplessità. 

Sarà appunto che le mie fanciulle, per motivi di studio hanno spiccato il volo abbastanza presto, sarà che nonostante sia difficile separarsi, ho fatto mio il mantra del “ diamo loro grandi ali e rimaniamo indietro a osservarli prendere il volo”, sarà anche che penso che un giusto passaggio alla vita adulta sia anche il perdere un po’ del confort dato dal vivere con i genitori, l’essere più allo stretto, il fare i conti con meno disponibilità, il fare scelte tra un uscita, una vacanza, un maglione. Se a 25 anni potessimo permetterci la stessa vita che a 50 sarebbe triste e privo di stimoli. È bello sognare a 25 anni e costruire pian piano senza pretese, è bello anche fare dei piccoli sacrifici che insegnano a capire le priorità e le cose importanti.

L’altro giorno mentre lasciavo mia figlia più piccola nella sua stanzetta micro nella residenza universitaria che sarà casa per il suo primo anno a Londra, mi sono detta che questa è scuola di vita,  che il dover condividere spazi con altri, che il non avere il bucato fatto e la camicia stirata, oltre a dover rimanere in un budget che è quello che le daremo ogni mese per vivere, è importantissimo. Si ricorderà di questi anni quando sarà grande, se ne ricorderà soprattutto perché le avranno insegnato il valore delle cose e anche ad apprezzare quello che ha e quello che le diamo. Non dico che sarà un adulto migliore perché avrà dovuto imparare a condividere un frigo con un gruppo di persone fino a ieri sconosciute, ma sicuramente le servirà!

E quando incomincerà veramente a camminare da sola, con la sua indipendenza economica, non pretenderà la luna e non pretenderà di avere la vita dei suoi genitori, ma la sua di giovane adulta con tutti i sacrifici che ne conseguono.

Non penso che  i 12 anni che dividono i giovani di certo paesi da altri in questo passaggio all’autonomia siano solo imputabili ad aiuti statali elargiti o alla facilità o meno di trovare lavoro, ma siano soprattutto dettati da situazioni di confort. Mamme italiane forza lasciateli andare, sarà il miglior regalo che possiate far loro, anche se per gli ultimi giorni del mese saranno ridotti a pasta e patate, scuola di vita!

3 risposte a “Giovani adulti prendono il volo: 12 anni di differenza tra il Nord e il Sud dell’Europa. Condiderazioni.”

  1. Quando la scelta di andare via di casa comporta obbligatoriamente anche quella di abbandonare la propria terra, spesso ci vuole piú tempo, e non sempre è possibile, ci possono essere situazioni personali che non lo permettono.La motivazione che tu indichi nel non voler lasciare il nido paterno (in sostanza “la comoditá”) esiste, ma è solo una, riguarda solo una parte dei giovani (e ormai anche meno giovani).In tutto il post ragioni come se l'Italia fosse un Paese omogeneo, non solo per cultura, ma anche dal punto di vista economico e lavorativo. Cosi non è, e non è mai stato. Vedo questi ragionamenti piú che altro applicabili al nord (ovviamente, visto che sei settentrionale).Al sud Italia non si puó dire che “la crisi non batteva alla porta” negli anni 90 / primi anni 2000. La situazione da noi è sempre stata disperata. Si cresceva con la fobia della disoccupazione, che si trasformava in realtá quando si finiva di studiare. Un conto era trovare un lavoro dipendente al nord. Gavetta e possibilitá di crescere, almeno un po', di essere assunti regolarmente. O come autonomo, un accesso piú facile al credito bancario (ho visto molto da vicino e in piú occasioni quanto la scelta del sistema bancario sia marcatissima: il credito va tutto riservato al nord). Sono situazioni che conosco molto molto da vicino, avendo vissuto molti anni al nord e molti anni al sud, in diverse cittá, conoscendo la realtá delle imprese dall'interno.Al sud puoi facilmente arrivare oggi a non avere mai, in tutta la vita, un lavoro regolare. Le persone che ho conosciuto, con cui sono cresciuto, oggi si possono dividere in queste categorie:- quelli che se ne sono andati, la maggioranza. Prima o dopo. Io me ne sono andato dopo aver lottato per tanti anni per potermi stabilire al sud, portando con me l'esperienza e gli studi compiuti fuori. Questo ha significato non poter avere una busta paga prima dei 33 anni e tirare a campare con lavoretti fino a che sono stato al sud.- quelli che sono riusciti a trovare un “posto fisso” pubblico, o in aziende semi pubbliche, a volte ereditato (ci sono aziende in cui il lavoro si puó passare di padre in figlio). Pochissimi, ormai questi posti sono stati riempiti dalla generazione precedente- quelli che hanno messo su una piccola impresa o continuano a barcamenarsi con lavoretti, o in nero o con contratti atipici, a vita, e passati i 40 anni, non hanno mai avuto una situazione stabile. I lavoretti che in altri posti svolgono i ragazzini per pagarsi una pizza, dalle mie parti sono ambiti anche dagli adulti.Ciò detto, aggiungo che al sud non ho mai visto formarsi una famiglia della mia generazione, o forse pochissime, fra gente che conosco alla lontana. E anche se la scelta è quella di andare via, al nord Italia o all'estero, è un processo sempre piú lungo rispetto a quello di chi nasce giá in un posto dove esiste almeno qualche opportunitá di mantenersi.

  2. scusa se mi dilungo ancora (ritengo che non si debba mai sintetizzare ed eliminare le cose che si vogliono dire). Non ho considerato l'andare fuori per studio come “uscire di casa”, almeno finché questo è ancora finanziato dai genitori. In tanti siamo andati lontano a 19 anni, non è che ci fosse chi ci preparava da mangiare (mai ricevuto un “pacco da giú”) o ci pulisse la casa. Ma farlo mantenendosi da soli è un altro mondo

  3. Luciano apprezzo molto il tuo commento e forse nord e sud sono realtà diverse certo ma io ho visto 30 enni ancora in casa per comodità con mamme che spadellano e stirano anziché dar loro calci nel sedere. Credimi tanti non volano fuori dal nido per non fare sacrifici, l ho visto quando avevo 25 anni io e il fenomeno è sempre attuale.

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