Il 1 luglio del 2017 chiudevo la porta della mia casa in California per l’ultima volta. Quel gesto compiuto infinite volte in cinque anni, quel sabato di tre anni fa, aveva un significato tutto nuovo. Quando si vive girando il mondo, radicandosi e sradicandosi, la chiusura di una porta, l’ultima volta, porta con sé emozioni intense e travolgenti pensieri. Chiudere una porta vuol dire voltare pagina, mettere un punto finale ad un periodo di tempo, aprire una nuova parentesi costellata di incognite. Come tutte le volte anche il California ho pianto. Le lacrime fanno parte di un processo normale, di una sorta di rito di passaggio da una fase all’altra della nostra vita. C’è l’emozione del chiudere un capitolo in un luogo che ci ha visti felici e la gioia di aprirne un’altro, tutto da scrivere.
Dopo cinque anni nella nostra casa di Los Altos, diventata casa molto rapidamente quell’estate di cinque anni prima quando per la prima volta ne varcai la soglia, posando la gabbia del gatto nell’entrata e scoprendola con le mie cose arrivate il giorno prima.
Cinque anni sono tanti, forse troppi. Ci si affeziona, ci si abitua, si incomincia a cadere in una routine di confort, forse si pensa quasi che lì, fermi, per sempre non sarebbe poi male. Ma per sempre stride con la nostra voglia di avventura, per sempre non rientra nei nostri sogni che sono un continuo divenire.
Cinque anni intensi, di corsa, con il fiato corto e la mente sempre proiettata avanti. Si vive così in Silicon Valley, senza mai fermarsi.
Faceva caldo, i giorni precedenti erano stati un incubo, tra i traslocatori, le corse in ospedale, l’operazione d’urgenza poche ore prima della chiusura del container. Tutto era andato come non doveva andare. Avevo previsto nei dettagli i miei ultimi giorni li, una volta chiuso il container dovevo coccolarmi con una sorta di pellegrinaggio nei miei posti del cuore, si dice anche così addio ad un posto che si ama. Invece tutto è stato diverso e a poche ore dal volo che mi riportava in Europa avevo come un sentimento di non aver chiuso il cerchio, di non aver potuto godere in modo appropriato di quegli ultimi sprazzi di California.
Ho infilato per l’ultima volta la chiave nella toppa, Camilla poco lontano, eravamo rimaste noi due a chiudere casa, le ultime due, gli altri erano già sparsi altrove. La mia amica ci aspettava per accompagnarci all’aeroporto, ho pianto nel tragitto, ho pianto leggendo i messaggi che mi arrivavano, ho pianto guardando fuori dal finestrino dove scorrevano strade che ormai erano famigliari. Ho pianto ripensando alle tante cose vissute negli ultimi cinque anni, all’entusiasmo, l’energia, l’amore, a come erano cresciute loro, cambiati noi.
Ho pianto anche un po’ perché la tensione degli ultimi giorni era stata tanta e perché il futuro era tutto da scoprire, eccitante e spaventoso.
Ricordo ogni dettaglio di quelle ultIme ore, così come di ogni volta che ho chiuso una porta e ne ho aperta un’altra. Ricordo i sentimenti che facevano a pugni, il nodo allo stomaco, l’adrenalina a mille.
Tre anni, sono passati tre anni, sembrano tre mesi per come sono filati in fretta, sembrano trenta per tutto quello che abbiamo fatto, inventato, concluso.
Non ci sarebbe stata Stoccolma senza Palo Alto, non ci sarebbe la Svezia senza la California, noi non saremmo quelli che siamo se quei cinque anni li avessimo trascorsi altrove, e se quelle lacrime, le chiavi in mano, non ci fossero state, forse non sarei stata capace di affrontare la nuova avventura con lo spirito giusto!

Rispondi