La prima volta che ho preso un aereo da sola avevo poco più di dieci anni, volavo a Monaco di Baviera per trascorrere un paio di settimane da amici di famiglia tedeschi. Vivevo il tutto come una grande avventura, la prima volta da sola lontano da casa, senza neppure mia sorella a tenermi la mano. Viaggiai come viaggiano i bambini non accompagnati, una pochette trasparente appesa al collo con dentro tutti i documenti necessari per volare da Torino fino in Germania.
Oggi prendevo l’aereo da sola per rientrare a casa, volo Lufthansa da Milano a Francoforte e poi Stoccolma, non so perché in modo nitido mi è tornato in mente quel volo. Da allora ho volato da sola tante volte, come oggi, e per tantissime altre ho volato con le mie ragazze, ho volato in famiglia, con amici. Ho volato per tornare a casa o per andar via da casa, per un viaggio esotico o come epilogo di una vacanza, ho volato per lavoro e per piacere.
Mi rendo conto come, nonostante i numerosissimi voli che prendo, volare non mi piaccia, come il viaggio corto o lungo che sia mi metta ansia, come dal decollo penso all’atterraggio senza nessun piacere a ritrovarmi sospesa nel vuoto. Ho i miei riti per combattere le mie paure, seguo routine rassicuranti, stessi gesti all’infinito ad ogni viaggio.
Non mi piace volare ma mi piace l’atmosfera dell’aeroporto, quell’incrociarsi di persone che vanno di fretta, ognuna verso il proprio imbarco, verso una destinazione che non conosco e che mi piace immaginare.
A zonzo nei corridoi o in attesa di imbarcarmi osservo i visi, mi piace giocare ad indovinare dove vanno, chi hanno salutato, chi li aspetta. Osservo le dinamiche, vedo chi come me starebbe in eterno seduto al gate perché sa che le ore successive saranno un po’ sospese, e chi invece adora salire a bordo e in cinque secondi già dorme.
Fantastico sulle destinazioni leggendo i voli in partenza, affido un volo per il Brasile al vicino di destra e quello per l’Irlanda alla signora che sorseggia l’ultimo caffè prima di prendere il volo. Osservo le giovani mamme alle prese con marmocchi urlanti, tra mille borse, giacche, bambini. Mi rivedo 15, 20 anni più giovane in partenza per una nuova avventura o per una semplice vacanza, l’eccitazione delle mie bambine, i miei pensieri confusi e a volte la stanchezza ancor prima di arrivare all’imbarco.
Mi chiedo se quelle mamme e quei bambini con gli zainetti colorati e i peluche fedeli compagni stretti in mano, stiano partendo verso qualcosa di nuovo, stiano andando a costruire una vita altrove, con l’ansia di ricominciare e il cuore che piange un po’ per aver salutato una vecchia vita.
Spesso sorrido alle mamme che si barcamenano per arrivare al gate con il numero di figli con il quale sono arrivate all’aeroporto, sorrido complice e sorrido alla me stessa che camminava seguita in fila indiana dai miei tre cuccioli, trascinando bagagli a mano colorati, proporzionati alle loro dimensioni : mamma anatra con i suoi anatroccoli.
Non amo volare ma amo l’atmosfera sospesa di un aeroporto, incrociare visi che non incrocerò mai più, osservare persone che si salutano e che chissà per quanto non si rivedranno, o ritrovarmi spettatrice di abbracci intensi che aspettavano di esprimersi forse da tempo.
La fantasia vola aspettando il mio volo, un viaggio nel viaggio.

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