18 anni fa ero incinta di Camilla. Federica avrebbe compiuto 4 anni un mese dopo, Chiara aveva 20 mesi. 18 anni fa ho aspettato che fossero a letto per accendere la televisione, non volevo che i loro occhi innocenti guardassero quello scenario da fine del mondo che entrava nelle nostre case in diretta da New York. 18 anni fa per la prima volta mi sono fatta la domanda sul come si spiega l’orrore, il dolore, la morte ad un bambino.
Il 12 settembre il ministro della pubblica istruzione francese diede direttive agli insegnanti per spiegare con parole più o meno semplici, a seconda dell’età, quello che era successo. Non è semplice mettere parole semplici su eventi talmente violenti, non è facile spiegare ad una classe di bambini quello che accade e il perché. Trovare una spiegazione diventa difficile, trovare una spiegazione adatta impossibile. Come si riesce a guardare negli occhi un gruppo di bambini che si affacciano alla vita e sbatter loro in faccia la triste realtà di un’umanità piena di odio?
Mia figlia maggiore con i suoi quattro anni meno un mese, uscì da scuola con un disegno in mano, un disegno bello come quello dei bambini, un disegno con case, aerei, nuvole, il sole nell’angolo in alto del foglio, perché è lì il suo posto, quando si disegna a quasi quattro anni.
Uscì da scuola raccontandomi lei il minuto di silenzio, la spiegazione delle maestra, l’utile esercizio di mettere su un foglio la percezione di cos’era successo. Credo che in quel giorno di colpo quella bimbetta dagli occhi vivaci abbia capito che nel mondo in cui viviamo non c’è solo amore, ma anche odio, e spesso molto più odio che amore. Non ho cercato di proteggerla regalandole illusioni, abbiamo parlato, ho parlato con parole semplici, ho cercato risposte ai suoi perché infantili. Non fu facile trovarle comprensibili per un bambino così piccolo. Per giorni e giorni noi adulti abbiamo continuato ad andare avanti un po’ storditi, cercando di mantenere la giusta serenità per i bambini intorno a noi, cercando di adattare discorsi e parole, ma non fu semplice. I bambini sentono, si accorgono, capiscono molto di più di quel che si possa pensare. Assimilano interrogativi ed elaborano risposte, come noi, solo in modo più infantile.
Non sono mai stata dell’idea di nascondere ai bambini la verità, ho sempre pensato che fosse giusto parlar loro come le piccole persone che sono, senza bugie e mezze parole. Così fu per l’11 settembre di 18 anni fa, così avvenne dopo quando dovetti spiegare la malattia, la morte, il non ritorno delle persone alle quali abbiamo voluto bene.
Credo che spiegare anche gli aspetti più duri della vita adattando le nostre parole all’età dei nostri figli sia aiutarli a crescere consci che non tutto è rosa, risate, cuori che si stringono, ma anche odio, lacrime, cuori spezzati, purtroppo, ma è così.

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