Imparare a partire

La sensazione è sempre strana quando il taxi si allontana e le vedi salutarti con il sorriso. Tu sei lì, le guardi e sorridi a tua volta.
New York si fa piccola, me la sto lasciando alle spalle, io là in Svezia, loro qui.
Ho passato 10 giorni con loro, immersa nei loro ritmi, a vederle uscire la mattina per le lezioni, a incontrarle rapidamente all’ora di pranzo, a aspettarle per cena. Ho passato 10 giorni a fare la loro mamma, protestare per il loro caotico essere ventenni, ridere, scherzare, perdere tempo sdraiata sul letto ad ascoltarle ancora e ancora.
10 giorni di loro, ad osservarle nelle loro fragilità e nelle loro grandi sicurezze.
Adesso torno a casa e non fa neanche male. Incredibile come il tempo ci insegni a gestire emozioni e distacchi. Due decenni di partenze mi hanno forse dato la capacità di relativizzare, di cogliere l’attimo senza pensare al distacco, di godere del presente e di trovare sempre il positivo anche nel salutarsi.
Ho vissuto anni di distacchi da figlia e adesso li vivo anche da mamma.
Avevo paura prima che Federica partisse al college, avevo paura di non farcela a superare le settimane, i mesi di separazione, invece sono passati quasi tre anni dalla sua partenza, e anche Chiara ha spiccato il volo e io sono rimasti lì a guardarle partire ed è stato molto ma molto più facile viverlo che immaginarlo.
Adesso riparto con il sorriso, vado a casa, quella dell’altra parte dell’oceano, quella in cui mi aspettano Paolo e Camilla, quella in cui ogni tanto riusciamo anche a ritrovarci tutti e cinque, quella che chiamiamo così solo da una manciata di mesi, ma è casa.
Lascio loro due a New York, splendide giovani donne, piene di energie e sogni. Le lascio sapendo che sono felici, che amano quello che fanno e il posto in cui sono.
Quando qualcuno mi chiede come fai ad averne due così lontane, rispondo sempre, so che sono felici e questo è sufficiente per esserlo anch’io

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