When we move somewhere new we do two things. We take on ( and take in) the culture and cuisine of the place we have moved and we keep old of and preserve the culture and cuisine of the place we have left
Comfort di Yotam Ottolenghi
Mi è piaciuta tantissimo questa frase nella prefazione dell’ultimo libro dello chef Yotam Ottolenghi, Comfort. Una frase che racchiude nel profondo il mio pensiero, questo sovrapporsi di strati, paese dopo paese sotto tutti i punti di vista.

Se la comfort zone, nella quale gli expat vivono per il 10% del tempo, è lo stato mentale chi agisce in assenza di ansietà. Andando oltre la zona di comfort, siamo vulnerabili e soggetti ad un alto grado di rischio. Fuori dalla comfort zone gli expat trascorrono il 90% del loro tempo.
Il cibo, molto spesso, entra a far parte della comfort zone, ha un grande compito nel tenerci legati a quest’ultima.
Ma come definiamo Il comfort food ? Il cibo che ci rasserena, ci riporta alla memoria momenti felici, ci fa sentire bene. Quello che abbiamo voglia di condividere con gli altri, per regalare serenità. E anche quello che ci riporta indietro nel tempo, all’infanzia, all’adolescenza, ai viaggi, ai momenti di vita.
Spesso quei sapori dell’infanzia, che riportano alla memoria momenti spensierati. Piccole madeleines di Proust. Per me il sapore della cioccolata calda dei pomeriggi d’inverno che mi riporta indietro alla cucina di Torino, le panche di legno. Le fette biscotatte velate di burro con la marmellata. Le pizzette delle feste di compleanno,. Le stesse che per anni le mie bambine hanno preparato a Torino con la nonna e che ogni anno mettiamo sulla finestra per il compleanno del nonno, con una candelini, sicure che da dov’è, apprezzi.
Il cibo, quello che prepariamo per noi, per le persone che amiamo, quello che condividiamo con gioia intorno al tavolo nel nostro nuovo paese, nel nostro paese d’origine o in ogni tappa del nostro itinerare, ha un senso profondo. Ci portiamo dietro ricette, sapori e odori che ci fanno sentire a casa. Ci portano, chiudendo gli occhi, in un viaggio che per istanti ci riporta indietro a fasi della nostra vita, a paesi in cui abbiamo vissuto.
In questi 28 anni all’estero, ci sono piatti che sono entrati con forza a far parte della nostra tavola. Piatti che ci portiamo dietro come un caldo abbraccio, come un modo per creare casa.
Da noi cucinino un po’ di tutto. Mescoliamo la cucina italiana con tutto quello che è venuto dopo, con quelle ricette che abbiamo messo in valigia paese dopo paese. Così i cappelletti fatti religiosamente a mano uno per uno affiancano il francesissimo foie gras preparato con amore, e il gravad lax di svedese memoria sulla nostra tavola natalizia. Come il pesce crudo, i ramen e i curry in tutte le salse, ci portano immediatamente indietro nel tempo regalandoci il calore del nostro Giappone e della nostra India.
Adoro stuzzicare le mie papille con sapori di ogni tipo. Amo mescolare i miei piatti tra loro, in un viaggio gastronomico intorno al mondo che è un po’ lo specchio di quello reale compiuto attraverso il mondo in questi 3 decenni
7 paesi 7 cibi che si sovrappongono e mischiano. I miei comfort food.
Dall’Italia, i nostri cappeletti natalizi, con il brodo di gallina che segue la ricetta di Bottura. Un tocco di umami dato dalla crosta di parmigiano aggiunta al brodo e dalla noce moscata in abbondanza nella farcia ammorbidita col midollo.

Dalla Francia il foie gras preparato con amore dal Natale del 1997, sempre 5 giorni prima, sempre il 20 dicembre, che io sia nel mezzo di un trasloco o no. Massaggiato con un miscuglio di sale e pepe, spruzzato con un bicchierino di Sauternes e cotto con calma a bagno Maria, un’ora a 100 gradi.

Dal Giappone il carpaccio di capesante, da mangiare tutte ancor prima di aver finito di prepararle. Il sashimi di salmone che si scioglie in bocca, la delicatezza e la perfezione. E i ramen, ad ogni boccone un ritorno indietro nel tempo.

Dall’India i dosa croccanti e le salsine che li accompagnano. Mi bastano per chiudere gli occhi e pensare che sono ancora lì a Chennai. E i curry, i dahl, non solo sapori ma profumi.

Dalla California la passione per il bbq, carne meravigliosa massaggiata con amore e poi cotta in giardino e condivisa intorno al tavolo con la bbq sauce di trader joe’s, ciliegina sulla torta sullo stesso bbq l’avocado tagliato a metà, spennellato d’olio d’oliva e grigliato!

Dalla Svezia il salmone, in tutte le salse. Mi capitava sempre di correre a comprare il salmone ad ogni rientro dalle vacanze, proprio per la voglia di riassaporarlo. Adesso che non vivo più in Svezia, cerco di mantenerne vivo il ricordo il più spesso possibile.

Del Canada per ora ho adottato lo zucchero di sciroppo d’acero che aggiungo alle fragole o pesche tagliate, piccolo tocco quebecois. Ma pian piano sto scoprendo il resto, e sono sicura che rapidamente certi dettagli entreranno a far parte del mio repertorio, di quell’insieme che qualifico come il comfort food.

Una valigia di cibo sempre più ampia!!
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