Ho appena finito di leggere un articolo dove si parla del diffusissimo problema dell’ abuso economico. Una forma di abuso, nei confronti delle donne, equiparabile alla violenza fisica.
Nella convenzione di Istanbul del 2011, approvata in Italia nel 2013, questa forma di violenza venne riconosciuta e ratificata all’articolo 3 come una forma di violenza e abuso psicologico. Questo su carta, ma come sempre nei fatti si è molto lontani dalla soluzione del problema.
Se nella vita corrente capita di imbattersi in donne che vivono sottomesse alla pressione economica di mariti e compagni, in espatrio il fenomeno sembra amplificato.

Il fatto di dover scegliere vivendo all’estero di lasciare il proprio lavoro dipendendo economicamente dal proprio compagno, spinge molte donne ad accettare situazioni veramente pesanti. Quando si vive all’estero, soprattutto all’inizio, c’è una certa fragilità psicologica che può indebolire e rendere più facie l’abuso psicologico. Il peso della solitudine nei primi tempi, può trasformarsi in un certo isolamento sociale, trascinandosi dietro tutto il resto.
La fatica di dover ricostruire tutto in un ambiente nuovo e pieno di incognite, rende fragili. Su questa fragilità la pressione finanziaria e il controllo economico che alcuni uomini esercitano, si annida facilmente. Una forma di potere da parte degli uomini, un sopruso in tutto e per tutto equiparabile alla violenza fisica, ma più subdolo perché meno visibile.
Diverse volte mi è capitato di sentire frasi del tipo ”sono soldi suoi e non miei”. Frasi spinte nei casi più estremi dal trovare normale il non possedere carte di credito o mezzi di pagamento su conti congiunti. Una dipendenza totale con le mani legate. La paura di dover dare dei conti e l’assoluta non libertà nel poter spendere o dare un’occhiata alle finanze famigliari.
Il fare compere solo con il proprio compagno è una forma di controllo che al di là del finanziario sfocia anche su quello che appare un chiaro: “ ti vesti come piace a me, non a te”.
Ma quante di noi, espatriate, vivendo all’estero, scegliendo di seguire un marito, hanno spesso dovuto, per periodi più o meno lunghi, mettere tra parentesi carriere e i conseguenti guadagni? Tante.
Le motivazioni che ci hanno spinto a farlo dovrebbero essere scelte di coppia. Le stesse motivazioni che spingono a partire verso nuove destinazioni, imballando case e figli e sbarcando in mondi sconosciuti, dovrebbero essere motivazioni condivise, discusse e accettate, senza che colui che rimane professionalmente indietro ne paghi le conseguenze in termini di pressione psicologica e finanziaria.
Sono stata educata in una famiglia in cui quello che era di mio papà era di mia mamma. Ho riprodotto nella mia coppia lo stesso modus vivendi, che nel nostro contesto di espatrio appare ancora più fondamentale è necessario da applicare.
Molto spesso ho cercato con amiche, vittime di questa forma di abuso, di sottolineare come non fosse normale, come non debba esistere un mio e un tuo quando si fanno scelte di vita comuni e si guarda avanti nella stessa direzione, quando si crescono dei figli insieme.
Per molte donne la situazione può diventare drammatica quando la coppia scricchiola, difficile andarsene se non si ha nulla, praticamente impossibile se si vive all’estero. Cosa si fa senza un minimo di visibilità economica per giunta lontani dalla famiglia di origine? Come si gestisce il tutto in una cultura sconosciuta e in una lingua diversa?
Altro elemento che mi ha spesso fatto riflettere è lo sguardo dei figli, spettatori silenziosi di questa forma di violenza. Una volta diventati grandi questi ragazzi trovano normale la situazione nei confronti delle madri, considerandole come genitori di serie B: nulla è loro, nulla è fonte del loro guadagno.
Da brividi per me.
Se tu, padre e compagno, puoi curare il tuo lavoro e crescere professionalmente lontano da una rete di supporto famigliare, lo puoi fare soltanto perché di fianco a te hai una donna che te lo permette.
É proprio questa donna con quello che fa in modo meno visibile a permetterti di gioire dei tuoi successi di carriera e finanziari, dei quali risulta uguale artefice.
Mi sono sempre chiesta come neppure lo sguardo “sminuente” dei figli, possa dare la voglia di riequilibrare la situazione. Come non possa regalare la forza di dire “no, non sono soldi suoi, sono anche miei, me lì merito nello stesso modo!”
Vivendo all’estero, lontano dalla nostra rete di supporto, cerchiamo di aiutarci e aprire gli occhi su questo tipo di violenza. Date supporto ad un’amica. Aiutate una conoscente, una mamma della scuola, che vi sembra vittima, aiuterete lei a non accettare e i sui figli a non riprodurre il modello. E forse aiuterete anche l’uomo che si sente in dovere di agire così!
Rispondi