Ennesimo scambio sui Social media a proposito del fare amicizia con i locali nel paese che ci ospita. Ennesima critica mescolata all’arroganza, come se noi italiani fossimo gli unici a saper coltivare amicizie. Come se solo nel nostro paese la gente fosse aperta e sorridente. Come se varcate le Alpi tutti fossero chiusi e restii al contatto.

Si dimentica spesso che siamo noi quelli che arrivando in un posto nuovo dobbiamo aprirci e fare gli sforzi del caso. Il nostro paese ospitante non è appunto il nostro paese e i suoi meccanismi di socializzazione gli sono propri, e non corrispondono necessariamente con i nostri. Quelli che hanno interesse ad inserirsi nel nuovo tessuto sociale siamo noi, perché gli altri ci sono immersi.
Non è facie fare amicizie, ma non lo è neppure per gli stranieri che arrivano nel nostro paese. Non è facile perché gli adulti che siamo hanno più freni, meno capacità nel contatto immediato, abbiamo perso la naturalezza dei bambini. Nonostante tutto è comunque possibile. Ci vogliono energie e voglia di aprirsi, ci vuole anche pazienza, solo con il tempo si creano legami e solo coltivandoli questi legami diventano speciali.
Non esistono paesi più o meno accoglienti, il più o meno accogliente lo creiamo noi con il modo in cui ci porgiamo, con la voglia di aprirci agli altri, con la curiosità che ci spinge al di fuori della nostra zona di confort, con i sorrisi dispensati, anche quando in cambio non riceviamo molto.
Ho vissuto in tanti paesi e benché sicuramente fare amicizia all’interno della comunità internazionale sia più semplice, ho sempre avuto anche amici locali, quegli amici che non avevano bisogno di me, perché la loro rete sociale era già tutta bella costruita, ma che alla fine sono stati contenti di avermi.
Mi stupisco sempre, e forse non dovrei, quando sento dire frasi del tipo: “qui sono proprio chiusi”. Ma chiusi perché? Perché hanno già abbastanza amici, hanno famiglie intorno, hanno vecchi compagni di scuola, non hanno bisogno di aggiungere contatti alla loro agenda.
Noi si.
Non vuole dire che sono chiusi, vuol dire che non fanno gli sforzi che dobbiamo fare noi, con o senza di noi la loro vita sociale va avanti lo stesso. Per noi è un’altra storia. Per noi invece la rete sociale non esiste, va costruita. Trasferirsi in un nuovo posto fa ripartire da zero, ci porta indietro alla casella di partenza, tabula rasa a livello sociale.
Ed eccoci a doverci rimboccare le maniche. A tirar fuori strategie che ci portino ad incontrare gente. Ad aprire la porta di casa senza aspettare che lo facciano gli altri.
Senza aprirci agli altri difficilmente gli altri verranno a noi. Impariamo dai bambini ad essere meno restii ad avvicinarci agli sconosciuti, ad invitarli a “giocare” con noi, senza giudicare i comportamenti con il nostro metro culturale.
I legami si creano e sarà stupendo vedere la ricchezza che si trascinano dietro: quando i mondi si incontrano e interagiscono tra di loro, viene fuori il meglio.
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