Viaggi improvvisi.

 Quando si vive all’estero da tanti anni ci si abitua alle distanze, ai saluti, alla mancanza, ogni separazione diventa quasi una strana routine. Parlarsi al telefono,  vedere volti filtrati da uno schermo, non essere presenti nei momenti importanti delle persone che amiamo, diventano parte di una vita che abbiamo scelto e che indubbiamente ci piace, nonostante tutto.

C’e però una cosa che spaventa, un qualcosa che tutti sappiamo che sia li, eterna spada di Damocle delle nostre esistenze itineranti, quella telefonata che annuncia un dolore, quella telefonata che ci dice che dobbiamo andare adesso, non domani, non poi, ma subito. Allora in quel momenti ti rendi conto che odi la distanza, che  quel volo che di solito fai con leggerezza, pregustando un abbraccio tanto atteso, beh vorresti saltarlo a pié pari, e non essere mai partito.

Tanti anni fa, ormai quasi due decenni, feci uno di quei viaggi. Partì da casa in fretta e furia, lasciando dietro tre bambine piccolissime, correndo con il cuore in gola per la paura di non arrivare in tempo. Sapevo che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio verso le braccia di mio padre, non ce ne sarebbe stato mai un altro. Sono tornata a Torino regolarmente negli ultimi 19 anni, ma quella fu l’ultima volta che ad attendermi ci fosse lui, il suo sorriso ormai provato, le sue labbra sul mio viso.

Ho vissuto per anni con la paura della stessa telefonata, quella che ti dice sbrigati che altrimenti non fai in tempo, o anche non sbrigarti che è troppo tardi.

È un prezzo altro da pagare. È un prezzo che vivendo all’estero sappiamo di dover pagare. 

Quando si parte giovani non si pensa all’altra faccia della medaglia, la malattia, la morte, l’invecchiamento. Ed è importante che sia così, altrimenti non partiremmo, no non potremmo farlo, qualcosa dentro ci direbbe di non partire. 

Invecchiando invece incominciano a vedere quel lato complicato del vivere lontani e lo condiamo con dei dannati sensi di colpa, difficili da cacciare via.

Quando morì mio padre per un po’ pensai che non avrei potuto andare più lontano di Parigi, Parigi sarebbe stato il limite massimo della distanza tra me e mia mamma, tra me e la possibilità che un giorno dovesse avere bisogno di me. Poi ovviamente la storia fu un altra, giustamente abbiamo scelto quello che era il percorso giusto per noi, i chilometri sono diventati migliaia e abbiamo cercato di non pensare. In questo il mio ottimismo aiuta, perché immaginare i problemi prima che si presentino veramente a noi? Aiuta anche a lavarsi un po’ la coscienza…

Un’ora fa sono atterrare a Malpensa, adesso corro verso Torino, ieri nel giro di un ora ho organizzato il mio viaggio, prenotato un volo, tirato fuori la valigia. Certo questo non ha nulla a che vedere con il viaggio di quasi vent’anni fa, ma ha un sapore strano. Corro da mia mamma che sta male, corro da lei senza la paura con cui corsi allora, so che ci saranno altri atterraggi in Italia con lei ad accogliermi sulla porta, ma ho un senso di disagio, quasi di paura. So che arriverà il giorno in cui farò quel viaggio, lo so perché e nell’ordine delle cose, perché la vita ci da questo, e non si scampa alla sua logica, neanche vivendo a tre passi.

Ho un biglietto di sola andata, per tornare a casa devo capire com’è la situazione. Ho un biglietto senza ritorno, ma vestiti solo per una manciata di giorni. Ho preferito non decidere una data, un orario, forse quasi per scaramanzia.

Strana vita questa che ci imponiamo, che amiamo e della quale non potremmo più fare a meno. Strano modo di tormentarci, ma nonostante tutto non tornerei indietro. 

Una risposta a “Viaggi improvvisi.”

  1. Un abbraccio e in bocca al lupo.

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