Le nostre figlie sono nate e cresciute all’estero e, probabilmente, nel loro futuro, ci sarà sempre un paese in cui vivere che non corrisponderà a quello nel quale sono nate o a quello al quale corrisponde il loro passaporto. Se oggi come oggi decidessero di andare a vivere in Italia, non solo sarebbe la prima volta, ma sarebbe un paese straniero tutto da scoprire sotto un certo punto di vista, e questo pur parlando perfettamente la lingua e conoscendone buona parte della cultura.
A sciare chiacchierando con i vicini di tavolo del nostro percorso di vita saltellante tra un paese e l’altro, siamo arrivati al discorso figli, lingue, e si sono complimentati con Chiara per il suo perfetto italiano. Li per li il fatto che le mie figlie si esprimano correttamente nella nostra lingua mi è sembrato normale, ma mi ha fatto riflettere il fatto che da chi ci osserva non venga dato per scontato. Chi cresce figli come abbiamo fatto noi, saltellando tra lingue e culture, è guardato con sospetto. Ci sono molti preconcetti sui bambini e ragazzi che crescono senza visibili radici profonde, e tanti anche su noi genitori e sulla nostra abilità di tenerli comunque un po’ legati alla nostra cultura e al nostro paese.
Ma è veramente importante trasmettere loro un senso di radici profonde? È veramente fondamentale che si sentano legati ad una sola cultura, nel mondo globale in cui viviamo non è meglio avere orizzonti più vasti e grovigli culturali che ci aiutano a sentirci bene un po’ ovunque?
Noi stessi ormai, all’estero da mezza vita, abbiamo radici sparse e ci sentiamo un po’ legati ad ogni cultura che abbiamo approcciato.
Questi bambini nati e cresciuti in espatrio possono sembrare l’anello fragile della catena, ma solo in apparenza, perché in realtà non lo saranno se noi genitori siamo convinti e sereni nelle nostre scelte e siamo capaci di tirar fuori tutto il positivo che questa vita implica, fregandocene anche di sguardi e giudizi.
Ma chi sono questi bambini expat di cui si parla come third culture kids? Sono i figli di un groviglio di culture che si mescolano e si fondono l’una con l’altra, non appartengono a nessuna cultura e appartengono a tutte allo stesso tempo. “Third culture kids are raised in a neither/nor world of their parents culture nor fully the world of the other culture (or cultures) in which they were raised. This neither/nor world is not merely a personal amalgamation of the various culture they have known. TCKs develop their own life patterns different from those who are basically born and bred in one place.”
Sono i figli di questo girovagare continuo, di questo mettere radici in posti diversi dal nostro luogo di origine. Sono i nuovi a scuola il primo giorno, quelli che scrutano da lontano il resto della classe per capire chi è come loro, ci sono abituati! Sono aperti e socievoli perché per loro esserlo vuol dire sopravvivere. Si adattano in fretta, perché non hanno scelta, hanno imparato le regole del gioco al secondo trasloco, ma non per questo non soffrono e non hanno paura.
Si impossessano di ogni cultura dal suo interno, non la sfiorano soltanto, l’approfondiscono nei dettagli, se ne impadroniscono completamente, amalgamandola con la loro, e poi con le successive. Non saranno italiani, francesi, tedeschi o americani, saranno un qualcosa di diverso che racchiude in sé elementi importanti di ogni cultura. Avranno un background culturale che è proprio solo ai bambini come loro, diventeranno adulti anch’essi definiti third culture adults, proprio perché non potranno identificarsi in nessuna cultura in particolare. Non vuol dire per questo non avere radici, possono semplicemente averne diverse, nel proprio paese, trasmesse da noi genitori, nei Paesi in cui hanno vissuto, delle quali si sono appropriati. Saranno sempre un po’ stranieri ma anche voi cittadini del mondo, e questo per me è la migliore ricompensa.

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