Perle di vita giapponese prima parte.

Perle di vita giapponese…
la mia vita in Giappone episodi da raccontare ai nipotini…..

I gabinetti Toto quando la tecnologia arriva in bagno!

Mi ricordo quando ho chiamato l’idraulico per dei problemi al nostro tecnologico gabinetto giapponese e con grande stupore ho aperto la porta ad un signore in giacca, cravatta e 24 ore che in pochi secondi, dopo un infinito numero di inchini, ha estratto il cellulare, composto un numero, parlato qualche minuto  e poi con delicatezza ha tirato lo sciacquone, il cellulare immerso a metà nella tazza. Io sul bordo della porta non sapevo se ridere o rimanere seria, piena di interrogativi.
In linea dall’altra parte lo specialista mondiale dei rumori sospetti del mio modello di gabinetto tecnologico, in due tiri di sciacquone ha capito il problema e proposto all’idraulico la soluzione. Semplice, chiaro, efficace… mai visto.
Ovviamente l’idraulico giapponese parlava solo giapponese altrimenti sarebbe stato tutto troppo semplice!
Mi sono sempre chiesta se lo specialista al di là della cornetta fosse edotto su un numero infinito di rumori da sciacquone o solo specializzato sul mio modello…Vivrò nel dubbio.

Il lavaggio condominiale dei vetri 
Ero a letto con un terribile mal di testa, eravamo in Ichibancho da pochi mesi, sento qualche rumore strano, apro un occhio e dall’altra parte del vetro vedo un omino intento a pulire… abitavamo al settimo piano.  Lui era lì incorda doppia, imbracatura da scalata, guanti di gomma e strumenti vari per pulire i vetri. Dopo i primi momenti di stupore misto ad angoscia, il tempo di capire il perché del per come, mi faccio piccola piccola e scivolo lentamente in fondo al letto sotto il piumone in apnea nella speranza che finisca in fretta e passi al vetro successivo.
Qualche mese più tardi mangiavo in cucina quando vedo lo stesso omino o uno analogo atterrare in corda doppia sul mio balcone e con un grande sorriso anche lì mettersi a pulire, sono lentamente scivolata dietro il bancone e da lì ho strisciato nella dispensa colta da una crisi memorabile di ridarella.
Indicazioni stradali
Mi aggiro in un quartiere sconosciuto, e chi ha vissuto o anche semplicemente è stato a Tokyo sa quanta poca logica ci sia nella distribuzione dei numeri civici, annessi e connessi (che poi una logica c’è ma nessuno la capisce). Non esisteva ancora Google map ( così come Google  translation e tutte quelle belle novità che hanno reso l’espatrio molto più semplice). Giravo con la mappa di Tokyo quartiere per quartiere, ma ero un po’ persa e spersa e in ritardo per l’appuntamento dal fisioterapista scovato non so come. Chiedo aiuto mappa alla mano ad un signore, che annuisce con il capo, della serie si certo ovvio e con la mia mappa in mano incomincia a camminare, dopo un po’ visibilmente perso e sperso come me, chiede aiuto ad una signora la quale prende in mano la mappa e ci fa da guida, a me ovviamente, ma anche al signore precedente che spinto da meccanismi nipponici a me sconosciuti non abbandona il compito di seconda guida. Dopo un po’ anche la signora è persa e spersa e io incomincio ad aver voglia di mollare tutti, lei chiede ad un ulteriore sfortunato passante, che anche  qui per quelle regole proprie solo ai giapponesi non può rispondere, non so, scusate, ho fretta, ma prende a sua volta la guida e il comando. A questo punto siamo in quattro e incomincio a rendermi conto che o li congedo io o continueremo a girare intorno tutti insieme appassionatamente, loro non mi molleranno e non diranno mai che non sanno, in pochi secondi penso alla via di fuga, recupero la guida, faccio l’aria sicura, indico una direzione vaga e li ringrazio inchinandomi come se non ci fosse un domani…. eccoli sollevati, sorridenti, liberati dal giogo, eccomi da sola la mappa in mano esattamente al punto di partenza ma almeno senza l’allegra combriccola dagli occhi a mandorla a farmi da scorta!
( alla fine sono anche arrivata dove dovevo andare, non mi ricordo come)
La merenda
Sono i primi giorni di scuola, ma anche i nostri primi giorni in Giappone, la gita al supermercato ha ancora il sapore di una straordinaria avventura dalla quale esco spesso perplessa con nella borsa cibi sconosciuti o che credo di conoscere ma questa volta vado sul sicuro afferro con gioia una confezione di pancake senza ombra di dubbio farciti al cioccolato. Sono contenta, mi avvio a scuola con questa merenda speciale che sicuramente le bambine apprezzeranno. All’uscita le mie cucciole saltellanti e affamate addentano con gioia questa squisitezza… avete presente la scena a rallentatore quando la mandibola si blocca in corsa quasi pronta per il secondo morso? Gli occhi prima gioiosi si annebbiano e il viso si contorce in una smorfia schifata…. sei manine mi tendono il pancake mozzato e tre bocche spalancate tentano di sputare fuori il contenuto… ecco ripieno di fagioli rossi, ritenta sarai più fortunato!
(In tre anni di cose strane ne ho comperate al supermercato perché comunque capire veramente quello che si compra non è poi così semplice)
Quando la lingua è barriera
Sono le otto del mattino, pedaliamo verso scuola lungo Otsuma-dori. Camilla sul seggiolino dietro di me, Chiara e Federica sulle loro biciclette. Una macchina non si ferma per farci passare e urta Chiara sulla sua biciclettina rossa, lei cade all’indietro e batte il sedere. Non sembra essersi fatta nulla ma meglio esserne sicuri, dopo aver preso come posso i dati del guidatore, e aver perso un paio di chili in questo delicato esercizio, seguendo il consiglio della scuola vado all’ospedale di zona. Entro e mi viene dato un modulo di accettazione da compilare… ecco sono forse alla mia decima lezione di giapponese e corre l’anno 2005 e il cellulare non ci fornisce ancora quell’apriti sesamo della traduzione Google…confido nel personale poliglotte, capisco in fretta che posso solo aiutarmi da sola sotto lo sguardo perplesso della mia cinquenne. Compilo alla fine, nessuno spiaccica mezza parola d’inglese, o di qualcosa che non sia giapponese, veniamo sballottate da personale sorridente di qua e di là senza capire esattamente dove finiremo… alla fine pensavo di aver vissuto il peggio ma dovevo ancora andare alla polizia a denunciare l’incidente, ecco una volta li avrei voluto tornare in ospedale e rimanerci! Sono stata salvata da un collega giapponese di Paolo che si è gentilmente offerto di venirmi i soccorso via telefono e fare da tramite…. non che fosse fluente ma insomma alla fine ci siamo più o meno capiti. Sono momenti di grande solitudine….
Attento che ti tocco: come mettere a disagio un giapponese.
Per sentirci veramente immersi nel Giappone abbiamo optato per affittare un appartamento in un condominio di soli giapponesi, ci sembrava la cosa buona e giusta, poi me ne sono rapidamente pentita, ma insomma per tre anni ci siamo reciprocamente tollerati nel nostro essere completamente diversi.
Questo condominio in una delle zone più belle di Tokyo era capitanato da un certo Ichikawa-san, detto il manager, insomma il portiere, custode o che dir si voglia. Ichikawa-san sembrava avere una certa propensione alla bottiglia, almeno nei momenti di pausa dal lavoro, ma aveva sempre l’aria un po’ ai limiti dell’alticcio. Passava le sue giornate nella sua stanzina a osservare il passaggio dei condomini, annessi e connessi, e quando non era al suo posto di comando metteva un cartello che diceva on patrol… questo indicava che in quel momento si faceva un giro tra il garage e il marciapiede… e che patrol sia!
Questa famiglia di gaijin con queste tre bimbette vivaci lo intrigava ( intrigava tutto il condominio in realtà… mi guardavano sempre con un misto di pietà e severità), Camilla aveva una passione folle per Ichikawa-san ed ogni volta che rientravamo a casa voleva fermarsi a salutarlo, ed ecco gli saltava al collo se l’abbracciava e gli prendeva la mano scuotendola tra un sorriso e una risata. Lui allibito non sapeva che fare, si lasciava stingere, scuotere e rideva a sua volta… in cuor mio ho sempre fatto leva sul fatto che essendo stranieri ci perdonassero ogni mossa di cattivo gusto e quando hai tre anni sei alta meno di un metro e hai una massa di capelli biondi sei ancora più giustificata….
Quando abbiamo traslocato credo che abbiano fatto una gran festa!

Una risposta a “Perle di vita giapponese prima parte.”

  1. Giulietta mi fai morire…dal ridere. Sono andata in giappone nel 2015 e posso dirti che non è cambiato niente, sono rimasta a tokyo una settimana e mi sono persa non so quante volte..in superficie, devo dire che sotto, dal mio hotel alle varie metro no. Solo perché avevano messo delle scritte in inglese, molto nascoste tra il giapponese ma c'erano. Ho provato a chiedere agli addetti della metro ogni tanto ma sono scappata, il loro inglese era assurdo, più facile se mi parlavano in giapponese. Idem ordinare un caffè da Starbucks, dove esiste la lingua universale: tall cappuccino..pensavo fosse ovvio, invece no..pure li dolcissima ragazzina che parlava solo giapponese e si scusava che non mi capiva, in giapponese ovvio..o forse era inglese ma talmente strano.Alla fine sul tetto di un centro commerciale, con davanti il mio cappuccino a guardare i tetti di tokyo mi sono trovata di fianco un australiano con cui finalmente ho potuto parlare, in inglese.Pure lui era super felice di parlare la sua lingua dopo 2 settimane coi parenti della moglie giapponese. Continuava a ripetermi quanto strani i parenti della moglie fossero e come lo guardassero male ogni cosa che faceva..ah ovvio bionda+occhi azzurri, alta rispetto a loro, in giro per la metro mi fissavano tutti..ovviamente come solo loro sanno fare, in modo molto discreto 😉

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