L’ultima notte, un anno dopo…

Un anno fa mi svegliavo per l’ultima volta in Alvarado Avenue, bevevo il mio ultimo caffè nel mio bel giardino, non sapevo ancora che avrei avuto davanti una giornata ben più lunga del previsto. Mi svegliavo sapendo che la notte successiva la mia casa non sarebbe più stata mia, che gli ultimi cinque anni del mio mondo sarebbero stati ricordi, che chiudevamo nuovamente una porta, tristi e felici nello stesso tempo…
Fu una giornata strana il 29 giugno di un anno fa, strana come tutte le volte che si chiude una porta su una parentesi di vita e ci si deve affacciare sorridenti al passaggio successivo. Come tutte le notti che precedono una partenza definitiva da un mondo  che ci ha visti felici per anni, fu una notte strana, inframmezzata di risvegli a loro volta densi di domande senza risposta o con risposte approssimative… 
L’ultimo giorno di trasloco è sempre frenetico, soprattutto quando si deve chiudere un container di 50m3, c’è sempre una piccola ansia che ci assale, c’è sempre la paura di essersi sbagliati.

Un anno fa per rendere la nostra giornata ancora più speciali ci siamo anche regalati una corsa a Stanford, un’operazione di appendicite d’urgenza,l’ansia che ne deriva. Arrivai alla sera talmente stanca da non avere neanche la forza di piangere quando l’ultimo scatolone si tirava dietro la porta del container, sigillando per sempre i nostri ricordi dentro quattro pareti di latta che avrebbero attraversato mezzo mondo per sbarcare in un posto che oggi chiamo casa ma che allora aveva contorni disordinati e confusi.
Le lacrime arrivarono dopo, forti, intense, necessarie, il 29 giugno 2017 restai di marmo con il sorriso a illuminarmi il volto, come se qualcuno mi avesse detto sorridi così tutto va liscio, sorridi così passerà più in fretta.
Le lacrime arrivano sempre ma non sono dolore, non lo furono un anno fa e non lo furono le volte precedenti, sono però necessarie per ricominciare da capo da un’altra parte.
Mentre correvo tra l’ospedale e la mia casa che si svuotava man mano degli oggetti che l’avevano resa tale, spogliandosi di tutto e mettendo a nudo le mie fragilità, non avevo neppure il tempo di fermarmi a pensare al dopo, ma sapevo che ad un certo punto avrei dovuto fermarmi e chiudere a chiave per l’ultima volta quei cinque anni. 
Non mi sono fermata il 29, quella notte ho appoggiato la testa su un cuscino ben diverso da quello sul quale avevo aperto gli occhi la mattina, non ho sognato perché la stanchezza non  riusciva a lasciare spazio a nulla che non fosse riposo, forse non volevo né fermarmi né sognare per rimanere un attimo solo ancora attaccata al mio passato…
Adesso mi volto e guardo indietro, è passato anno intenso e incredibile, ma riesco ancora a immaginarmi I contorni di quegli spazi , per sempre indelebili e nitidi.
Quando ci penso sorrido, ho chiuso quella porta un hanno fa e ne ho aperta un’altra, e va bene così, questa è la magia di questo eterno spostarsi.

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