Ha senso definirsi expat?

Annosa questione. Il termine expat da sempre e, forse, per sempre scalderà gli animi intorno al suo significato profondo e al chi di diritto entra a far parte del suo elitistico cerchio. Ci sono da sempre scuole di pensiero, fazioni contrapposte. C’è chi vuole con forza essere expat e chi in toto ne rifiuta la connotazione come se fosse un titolo aristocratico decaduto del quale vergognarsi.

expat Chi si stabilisce temporaneamente o definitivamente all'estero per motivi di lavoro. [Vocabolario Treccani]

In questo senso siamo tutti expat. Abbiamo lasciato il nostro paese di origine. Ci siamo trasferiti altrove, temporaneamente o per sempre, per lavoro, per amore, per tutti e due, per voglia di avventura, di novità, o per tanti altri motivi.

Nel tempo il termine è stato (in negativo o positivo, secondo i punti di vista) trasformato nell’etichetta che definisce un modo grazie al quale si va e ci si installa in terra straniera. Un biglietto di andata e ritorno in tasca. Un certo numero di benefit. Solitamente dei posti di lavoro di un certo livello. Una certa sicurezza socio economica legata anche solo semplicemente al biglietto di ritorno, mai andasse male l’avventura.

Perché in negativo o positivo? dipende da chi parla. In positivo per certi “expat” che pensano che il pacchetto di benefit li definisca al 100%. Che li metta un gradino sopra quelli che di benefit non ne hanno o ne hanno meno. In negativo per quelli che guardano a chi ha certi pacchetti di aiuto all’espatrio come gente che alla fin fine ha un tappeto rosso davanti, nessun problema e una vita tutta rosa e fiori. Insomma il punto di vista fa la differenza.

Guardando la definizione, l’expat è ormai il migrante dei paesi sviluppati, senza nessun riferimento a null’altro. Noi che viviamo all’estero, che uno lo voglia o no, siamo tutti expat. Neanche il fatto di farlo per una parentesi di tempo o per sempre, ci definisce diversamente. La Treccani parla di temporaneamente o definitivamente, senza differenza alcuna.

Ha quindi senso definirsi tali per il semplice motivo di aver scelto di partire, andare, scoprire. Senza sfumature e senza tener conto di nulla più. Come in tutti i campi anche tra gli expat i peggiori nemici degli expat sono gli expat stessi, quelli che guardano a chi ha di più come migranti dalla vita facile, e quelli che pensano di essere gli expat con la E maiuscola, l’élite che ha tutto e può tutto, senza fatica e senza sacrificio.

Vivere all’estero, in qualsiasi condizione si parta e si arrivi, e per qualsiasi motivo si decida di partire e arrivare, non è mai semplice. Ci vuole senso dell’avventura, apertura mentale, cuoriosità, adattamento, tutte doti che non si comprano con i benefit aziendali! Non si è più o meno bravi a partire senza supporto rispetto a chi parte con le spalle coperte e un biglietto di ritorno, in entrambi i casi ci vorranno energie smisurate e saremo sempre solo noi a dovercela sbrogliare. Non c’è nulla di eroico in nessun caso, solo vita e vita normale.

Quindi si siamo expat, espatriati o emigrati, tutti sinonimi che esprimono esattamente lo stesso concetto e definiscono lo stesso movimento iniziale, il partire da un luogo che era casa per andare a costruire casa altrove, una volta, due, tre, o all’infinito, questo non ha importanza.

E io sono felice di definirmi expat, espatriata o migrante, proprio perché in queste parole c’è l’essenza del mio essere: il movimento!

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