Quanto pesano nella percezione che abbiamo del nostro paese, i paesi precedenti? Quale filtro ci accompagna? Come questo filtro è stato creato?
Ogni tanto mi chiedo come ho fatto ad amare tanto l’India dopo aver vissuto per anni nell’asettico Giappone. A chi me lo chiede rispondo sempre : perché era l’altra faccia del mondo. E l’essere l’altra faccia del mondo sicuramente l’ha reso un paese più attraente. Era tutto da scoprire. Mi sono sempre guardata intorno senza cercare quello che avevo lasciato a Tokyo, sapevo che non l’avrei trovato, ero pronta a concentrarmi (e scoprire) altro.

Penso sempre al come mai dal primo impatto il mio nuovo paese sia stato capace di entusiasmarmi. Un po’ forse è una questione di carattere, sono un’ottimista e un’entusiasta. Un po’ anche adoro cambiare e il challenge del nuovo non mi spaventa. Ma credo anche che ogni nuova tappa mi “metta” occhiali nuovi, occhiali con lenti speciali. Lenti che sovrappongono tutti quei filtri del prima, dandomi una percezione smussata proprio dal mio passato, dal modo di pormi e di guardare.
Ho avuto la fortuna, forse anche, di muovermi ogni volta tra mondi differenti, perdendo tutti gli appigli precedenti, e dovendo ritrovare con forza un qualcosa di “bello” al quale attaccarmi.
E la stessa percezione del bello trovo che si trasformi, passo dopo passo. Prima di lasciare l’Europa per il Giappone avevo la mia immagine del bello, quella trasmessa dalle eleganti città europee, quella canonica insomma con case d’epoca e viali curati. Con piazze circondate da bei caffè e scorci mozzafiato.
Poi sono atterrata a Tokyo è ho incominciato a cogliere i dettagli, o meglio a concentrarmi sui dettagli. Ho scoperto che se il colpo d’occhio d’insieme è orrendo, basta concentrarsi su un particolare, e di particolari bellissimi ne ho trovati ad ogni metro. E dei miei anni giapponesi ho fatto proprio tesoro di questo concentrarmi su piccole cose, di cercare sempre il dettaglio che crea entusiasmo.
Paese dopo paese ho applicato questa ricerca di cose belle e attraenti anche quando di primo acchito, non ero veramente conquistata.
Come può conquistare al primo colpo d’occhio un’anonima cittadina della Silicon Valley? O la stessa Montreal, che oggi adoro, al primo giro ha faticato a reggere il confronto con la regale Stoccolma. Ma poi pian piano l’ho approcciata conscia che Stoccolma non era, e direi che ho trovato mille dettagli che le rendono giustizia.
Anche nel modo di guardare, il nostro percorso e il bagaglio che ci portiamo in spalla, ci influenzano e ci accompagnano nell’innamorarci o, almeno, nell’invaghirci del nostro temporaneo chez nous.
Cosa ne pensate? Ci avete mai riflettuto? Capita anche a voi?
Rispondi