Argomento piuttosto spinoso quello della socializzazione in un ambiente monoculturale quando si proviene da un ambiente internazionale.

Molti expat adulti hanno difficoltà, una volta tornati nel proprio paese, a sentirsi a loro agio all’interno di un gruppo monoculturale, gruppo al quale di partenza appartengono.
Tanti cercano di recuperare quella parte di loro che rimane comunque ancorata ad una cultura di base nella quale sono comunque cresciuti. Alcuni ci riescono e ritrovano i riferimenti giusti per socializzare. Altri rimangono legati ai modelli di socializzazione tipici di ambienti multiculturali, diventando dei veri pesci fuor d’acqua.
Ma se è complicato per noi adulti, quanto lo è per i nostri figli? Lo è molto di più.
I third culture kids sviluppano modelli di socializzazione tipici solo ai third culture kids. Questi modelli non esistono al di fuori del loro gruppo, essendo il prodotto di un mescolarsi di diverse culture.
L’aspetto più difficile del ritrovarsi, adulti o ragazzi che siano, in un gruppo monoculturale è la mancanza di appigli culturali radicati, e anche la perdita di quell’unicità della quale ci nutriamo in contesti internazionali.
Una sorta di siamo tutti diversi e questo è il bello. Siamo tutti diversi e per questo motivo il background culturale degli uni e degli altri ci intriga e ci interessa.
Nei gruppi multiculturali ho sempre trovato molta empatia nel capire le differenze che ci animano e anche tantissima curiosità nell’esplorarle. Ognuno nel gruppo è sempre felice di capire le differenze e penetrare il mondo sconosciuto, o meno conosciuto, dal quale arrivano gli altri. Non esiste la paura di non capire, proprio perche si è abituati a evolvere sempre in contesti nuovi, fuori dalla zona di confort, e anzi la novità è quella che stimola e fa sentire vivi.
In un contesto monoculturale l’internazionale può essere un outsider. L’internazionale non rientra in uno schema noto e spaventa l’interlocutore, spingendolo ad una forma di “meglio evitare di scavare troppo per non trovarmi a non capire”.
E se nuovamente per gli adulti può essere facile da capire, per i ragazzi cresciuti solo in ambienti internazionali, può essere difficile da integrare.
Rapidamente i ragazzi si sentono messi ai margini del gruppo, leggendo del disinteresse nei loro confronti in quella che è, invece, semplice non comprensione dei meccanismi di funzionamento.
A questo poi si aggiunge la difficoltà di rapportarsi ad un’unica cultura alla volta, il che può essere spiazzante.
Quando si è abituati ad interagire con persone che vengono da mondi diversi, c’è sempre un modo di farlo che tiene conto di queste differenze. Se io mi rivolgo a degli italiani, per spiegare qualcosa avrò dei riferimenti culturali propri solo a questo gruppo di riferimento. Non avrò difficoltà ad essere capita, avendo lo stesso contesto di base.
Se mi rivolgo ad un gruppo con persone che provengono da paesi diversi dal mio e diversi tra loro, dovrò fare a meno di questa “scorciatoia” comunicativa, ma metterò in atto procedure di comunicazione più “internazionali”.
Dopo 26 anni all’estero, per assurdo questa procedura di comunicazione più “internazionale”, mi risulta, oggi come oggi più semplice.
Per I ragazzi nati e cresciuti all’estero manca invece, penso alle mie figlie ad esempio, il contesto culturale unico e monolingua. Per questo motivo per loro è ancora più complicato rapportarsi ad un unico gruppo di riferimento, ad inserirsi in esso, a coglierne i tratti.
Anche se come genitori cerchiamo di “trasmettere” loro un po’ della nostra monocoltura di base, non sarà mai integrata al 100% e soprattutto non sarai mai priva di elementi che derivano dalle altre culture nelle quali sono cresciuti e alle quali si sono confrontati.
Bello e difficile nello stesso tempo. Se da un lato, in generale i third culture kids, sono più aperti e pronti socializzare, dall’altro possono in certi contesti, trovarsi in difficoltà.
Meglio essere preparati soprattutto quando si decide di fare il grande passo e tornare nel nostro paese d’origine. Oltre allo shock al contrario anche i problemi di socializzazione potrebbero metterci i bastoni tra le ruote!
Cosa ne pensate? Vi siete trovati ad affrontare il problema? Come avete fatto ad aiutarvi e aiutare i vostri international kids?
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