Nei mesi che hanno preceduto la partenza all’università di mia figlia maggiore, avevo delle vere e proprie crisi di ansia, mi chiedevo come avrei fatto a superare la distanza, mi chiedevo come avrei potuto sopravvivere con una parte di me cosi lontana. Vivevamo all’epoca in California e lei a settembre 2015 volò a New York. Mi resi conto in fretta che in realtà una volta che li vediamo felici, pur mancandoci enormemente, siamo bravissimi nell’abituarci alla distanza. Una volta in ballo impariamo a convivere con la loro assenza, nutrendoci di quegli sprazzi di presenza che la vita ci regala. I rapporti diventano qualitativi e si impara a far a meno della quotidianità. Alla partenza della secondogenita arrivai più preparata, sapevo che alla fin fine l’importante sarebbe stato sentirla serena, il resto non importava, e questo anche mettendo di mezzo un oceano intero visto che la sua partenza al college avveniva in contemporanea al nostro ritorno in Europa. Per la terza il discorso era un po’ diverso, con la sua partenza era un ciclo della nostra vita che si chiudeva, aprendo le porte a quello definito di empty nester, insomma i genitori con il nido vuoto. Nella mia mente era il passaggio più complicato. Il covid si è poi messo di mezzo, rendendo il passaggio molto meno netto di quel che sarebbe stato se la pandemia non avesse bloccato il mondo. La piccola di casa è partita, ma nel frattempo c’è chi è tornato, e ad un certo punto la famiglia sembrava nuovamente a pieno regime.
Oggi come oggi ormai da mesi ognuna di loro ha preso felicemente il volo e altrettanto felicemente noi affrontiamo questa nuova fase, e approfittiamo con gioia del momento in cui ritornano e la casa si anima di quel caos confuso che solo i figli sanno creare, di quelle risate sincere, delle liti che esplodono di colpo, dei vestiti buttati per terra, del frigo che si riempie e si svuota alla velocità della luce.
Non ho mai avuto paura che non avessero voglia di tornare da noi, che la voglia di indipendenza diradasse il nostro stare insieme, constato però con immenso piacere che proprio come noi abbiamo bisogno di loro, loro hanno bisogno di noi, di recuperare quella quotidianità, che ormai è eccezione, splendida eccezione.
Mi godo una casa che non è più silenzio, la lavatrice che gira di continuo, le porte che si aprono e chiudono, le docce tardi la sera, la sveglia che non è la nostra che suona. Mi godo le cene in cui siamo tutti insieme a parlare di tutto e di niente, mi nutro della loro voglia di vita che entra in casa con una freschezza emozionante, mi nutro dei loro sogni raccontati e condivisi, del vederle adulte ma con ancora dei tratti che ricordano le bambine che erano. Mi diverto a condividere la città con loro, a percorrere il mio mondo mischiandolo al loro, recupero un po’ dei miei vent’anni nutrendomi della loro giovinezza.
Adoro l’estate che me le riporta a casa per un periodo più lungo, che ci regala giorni e giorni insieme senza aver paura che sia già finita. Mi piace trascorrere del tempo fuori dai ritmi frenetici della vita di tutti i giorni, tutti più rilassati e con l’unico impegno di occuparci gli uni degli altri. Spero che sia sempre così che a vita continui a regalarci questi periodi insieme di cui abbiamo bisogno noi e hanno bisogno loro, di cui la nostra famiglia si nutre e la squadra che siamo si ricarica all’infinito.
Partono, vanno a costruire vite lontano, seguono sogni e noi le osserviamo continuando,a nostra volta, a costruire qualcosa e ad inseguire anche i nostri sogni, ma poi loro ritornano e respirarci a vicenda è linfa.
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