Paese che vai dottore che trovi, ma ci si adegua.

« Madame tout va bien, vous ne risquez  plus rien, on a bloqué l’hémorragie » queste le parole del chirurgo accompagnate da un sorriso al mio risveglio, dopo essere entrata d’urgenza, due ore prima, in sala operatoria in emorragia interna 

Nelle ore precedenti l’intervento ero annichilita dalla paura, avevo solo mio marito al mio fianco, un’amica era corsa ad occuparsi di Federica che aveva un anno, non avevo nessuna fiducia nel posto in cui ero, la prima cosa che ci avevano detto appena arrivati li era stata, evitate l’ospedale. Non avevo fiducia in quei medici, in quello che avrebbero fatto, avrei voluto essere altrove, nella mia città, in italia, circondata da tante sicurezze: tutto assolutamente umano e irrazionale.

Uno degli aspetti più delicati della vita all’estero è l’approccio medico. Il sistema sanitario diverso da quello che conosciamo spaventa. Parlare di malattia in una lingua che non è la nostra, anche se utilizzata alla perfezione, ci rende fragili e insicuri. Ammalarsi quando si vive lontano dal proprio paese è uno dei pensieri fissi, un mescolarsi di sentimenti, un confronto continuo con quello che potrebbe essere l’approccio nel nostro paese e l’approccio che avremo invece nel paese in cui viviamo. 

Molto spesso le paure sono insensate, molto spesso il sistema è anche migliore, ma il non sapere, il non conoscere ci fa esitare spaventati. Ritorniamo un po’ bambini di fronte ai problemi di salute o anche solo all’idea di averne, vorremmo una mano sicura che ci accompagni, un sorriso famigliare, un sistema che capiamo senza difficoltà. Solo con il tempo ci si abitua agli approcci diversi, si impara a gestire l’insicurezza  e si ripone fiducia nel nuovo sistema. Molto spesso basta la testimonianza di chi già vive nel nostro nuovo paese, il nome di un medico al quale affidarsi, di un ospedale in cui, nel caso, saremo accuditi in modo egregio.

Sulla nostra pelle negli anni abbiamo sperimentato approcci diversi, ci siamo dovuti adeguare e anche fidare, abbiamo dovuto evitare di lasciarci condizionare dai sentito dire, dai quali volenti o nolenti si è martellati e condizionati…La situazione sanitaria degli ultimi 18 mesi ha ancor di più messo a nudo queste insicurezze, man mano che gli approcci si diversificavano e anche le cure prendevano a volte, da un paese ad un altro, direzioni diverse. Ci siamo sentiti un po’ più soli e un po’ più lontani. 

Prima di ogni partenza ho sempre attentamente valutato il nuovo sistema, informandomi un pochino. Prima di arrivare in Giappone sapevo a cosa sarei andata incontro e una volta li mi sono affidata in modo abbastanza rilassato ad un medico locale, tranne in poche occasioni in cui abbiamo fatto ricorso alla clinica per stranieri, con medici da tutto il mondo.

In India, ammetto, ero un po’ terrorizzata ma l’assicurazione privata ci ha permesso di accedere ai migliori servizi, con uno standard elevato e medici super competenti… unico neo era il tempo da passare in macchina per andare da loro, dall’ altra parte della città!

Spesso è proprio l’assicurazione che fa la differenza e che ci permette, vivendo all’ester,o di affrontare con più serenità eventuali problemi.

Sono comunque sempre stata convinta che un sistema sanitario possa essere valutato solo quando veramente si ha un problema, non per i malanni di stagione. 

Il sistema sanitario svedese ad esempio può apparire un po’ leggero per le cosette di normale gestione, ma si rivela ottimo quando c’è da prendersi cura di qualcosa di serio, ne ho avuto conferma negli ultimi tempi e non sono l’unica a pensarlo.

Dopo 4 anni, molteplici visite con vari medici devo dire che le paure iniziali si sono dissipate e questo fa vivere molto più serenamente!

Dobbiamo lucidamente pensare che, anche se diverso, il sistema sanitario del nostro nuovo paese saprà prenderci per mano e accompagnarci, toccherà a noi, anche in questo, dimostrare di essere aperti nei confronti del nuovo, accettarne le differenze, accoglierne i lati positivi, come in tutti gli aspetti dell’espatrio.

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