Quei pezzi di vita rubati dalla pandemia.

La prossima settimana mia figlia Chiara si laurea a New York, 4 anni di università volati in un attimo, 4 anni di cui gli ultimi 16 mesi nel bel mezzo di una pandemia.

A gennaio, dopo un semestre e mezzo passato a Stoccolma con noi, Chiara è rientrata a New York, dove, nonostante le restrizioni, si è goduta questi ultimi mesi con i suoi amici e nella città che per lei è casa. Ha avuto la fortuna di essere vaccinata molto in fretta e questo ha facilitato il ritorno ad una parvenza di normalità, quella normalità di cui tutti abbiamo bisogno e di cui in nostri ragazzi si nutrono per continuare a diventare adulti. 

Due anni fa era stato il turno di Federica, era maggio del 2019, non esisteva il covid e noi sapevamo che da lì a pochi mesi le nostre certezze sarebbero state spazzate via e ci saremmo regalati 16 mesi di vita sospesa, ridimensionando tutto, respirando piano. 

Due anni fa ci siamo ritrovati tutti e cinque a New York, stretti intorno a nostra figlia maggiore, tutto organizzato nel dettaglio, tutti felici come in quei giorni speciali che resteranno sempre nella memoria. Lo Yankee Stadium era un’esplosione si violetto, il colore di NYU, e noi lì a godere dei successi della nostra ragazza, le sue sorelle a stringersi intorno a lei.

Sarà molto diverso quest’anno. Chiara sarà da sola a New York, noi abbiamo scelto per vari motivi un paio d’anni fa di non tenere la green card e di conseguenza i confini americani ci sono chiusi. Federica forte del suo essere americana sarebbe l’unica a poter fare il viaggio, ma la Gran Bretagna ha regole ferree e dissuasive per chi vuole spostarsi. 

Lo Yankee stadium rimarrà vuoto e il tutto si svolgerà on Line. Nessuna astomosfera veramente festosa, anche se l’Empire State building come ogni anno si colorerà di viola per onorare questi ragazzi. Washington square park sarà di sicuro teatro di mille passaggi di ragazzi in toga per le foto di rito, cercando di vivere comunque al meglio questo momento unico.

Noi saremo dietro lo schermo di un computer a 6300 km, assisteremo da qui ad uno dei traguardi più importanti della vita di nostra figlia, non potremo abbracciarla, ci emozioneremo da lontano.

Penso di essere stata fortunata in questi strani mesi, la nostra famiglia non è stata toccata da perdite dovute al covid, chi si è ammalato non ha avuto grandi conseguenze, tutti abbiamo cercato di mantenere il morale. Il fatto di vivere in Svezia poi ci ha regalato il resto, una vita ridotta ma quasi normale. Oggi però sento il peso della distanza, sono dove non vorrei essere, sono a Stoccolma e non a New York, sono con mio marito e non circondati dalle nostre ragazze, sono e sarò con uno schermo di mezzo, lo schermo di troppo.

Certo non abbiamo scelta e andrà bene così, cercheremo di viverla al meglio e con la leggerezza necessaria, ma ecco ancora un piccolo pezzo di vita che la pandemia ci ha rubato, irrecuperabile.

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