Empty nester.

Quante volte in questi mesi, in questi anni ho sognato il silenzio, la calma, una casa vuota per qualche giorno in cui riprendere fiato. Quante volte ho faticato per ritagliarmi quello spazio piccolo e indispensabile tutto per me.

Quante volte ho fatto i salti mortali per ore ed ore, sognando il momento in cui avrei potuto chiudere la porta di camera mia dimenticandomi per un attimo il mio continuo essere madre.

L’ultima volta che mi sono svegliata in una casa in cui eravamo solo coppia era il 9 ottobre del 1997. Il giorni dopo saremmo diventati famiglia.

Questa sera di colpo dopo 23 anni e sei mesi andrò a letto recuperando quella sensazione di essere solo coppia.

Dov’è andato il tempo tra allora ed oggi? È scivolato veloce nel nostro eterno girovagare, ci è sfuggito di mano. Anche quando sembrava lento, uguale, faticoso, in realtà scorreva via senza lasciarci il tempo di afferrarlo ancora e ancora.

Abbiamo avuto sei mesi in più, forse l’unico regalo che questo incubo di pandemia ci ha fatto, sei mesi di figli in casa a scandire le nostre giornate ad animare i nostri spazi. 

Camilla è partita a settembre, lei la piccola di casa, il cucciolo che rimarrà sempre tale anche crescendo, anche quando avrà raggiunto i miei di anni. È partita a settembre ma Chiara è rimasta con noi perché a New York non poteva rientrare. Poi Chiara e partita ma nel frattempo sono state le sue sorelle a non poter ritornare in Inghilterra, passaggio di testimone, un figlio, due, tre che si mescolano e alternano in casa in una girandola caotica ma talmente viva. Oggi invece per davvero ognuno rientra dove deve essere, ognuno ritrova il posto giusto nelle vite che si costruiscono e che avanzano.

Ed ecco in questo intrecciarsi di partenze e arrivi, in questo gioco del chi c’è e chi non c’è, noi genitori rimaniamo fermi a guardare, fermi ad osservare il loro giusto e logico allontanarsi, il loro incerto prendere il volo, che poi man mano si stabilizza e diventa sicuro.

Mentirei nel dire che è facile trattenere le lacrime, mentirei nel dire che non mi pesa affatto questo salutare le loro schiene che si allontanano, mentirei nel dire che il mio cuore non si è fermato quando ancora una volta si sono voltate a sorridermi.

Fa male, la vita che scorre, questi figli che ieri, solo ieri, dipendevano da noi in tutto e per tutto, ed oggi vanno per la loro strada, fieri e pronti a rifare il mondo. Fa male e le lacrime scorrono non so se più sul vuoto che sentirò aprendo la porta di casa o più sui mille istanti che in questi 23 anni e sei mesi non ho saputo afferrare nel modo giusto, sempre di corsa, sempre con l’ansia di rispettare tempi, ritmi e le mille pressioni che una madre stupidamente si impone. Tornassi indietro farei di sicuro diversamente, in modo più maturo, forse con la testa dei miei 50 che allora non avevo.

Mi chiedo se sarà lungo e complesso da metabolizzare oppure se alla fin fine sarà semplice e naturale come lo fu il diventare famiglia il 10 ottobre del 1997, quando Federica ha fissato i miei occhi e rubato il mio cuore per sempre, per poi nello spazio di pochi anni vederne moltiplicato il volume per accogliere una dopo l’altra le sue sorelle e rendermi per sempre la mamma imperfetta che sono.

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