Diario di viaggio Stoccolma Torino.

Mi fa un certo effetto essere seduta in attesa del mio imbarco. L’aereo che ci porterà a Francoforte è appena atterrato, i passeggeri scendono molto più lentamente del solito. Sembra surreale. Mascherine chirurgiche, di stoffa colorata, con filtri. Famiglie intere con i volti coperti, solo gli occhi ad esprimere quanto sia strano questo nuovo modo di viaggiare.

Seduti sparsi  aspettiamo. L’equipaggio ci  precede, ordinati nelle loro divise, mascherine ben calzate sui volti, certo anche per loro deve essere talmente diverso il modo di lavorare, i sentimenti di ripresa di una vita normale che fanno a pugni con una lecita paura. L’aereo è comunque un luogo piccolo, promiscuo, dove già prima di questa follia sembrava abbastanza semplice beccarsi un qualcosa.

Mi fa un certo effetto aspettare l’imbarco in questo caldo giovedì di luglio a Stoccolma, mi fa effetto perché volo in Italia. Quasi cinque mesi dopo torno in  Italia e ne sono immensamente felice. Viaggio atteso, sperato, messo in discussione mille volte. Non ci ho creduto per molte settimane, poi ci ho sperato e alla fine ci siamo.

Torno in Italia con la sensazione che sia passato un secolo dall’ultima volta. Torno con un po’ di paura per quello che troverò all’atterraggio, un paese che ha sofferto in modo atroce e che sta cercando di tornare a galla, nonostante tutto. Torno con il sentimento di aver vissuto quello che hanno vissuto nel mio paese come uno spettatore lontano, colpito solo di striscio. Arrivo da quassù dove come si sa la percezione è stata tutta un’altra. Forse è una delle cose che mi spaventava di più nel prendere la decisione di partire per questo viaggio, il fatto di dovermi tuffare in una realtà che ha pagato un prezzo assurdo e che si sta ancora portando dietro paure giuste e difficili da abbandonare.

Arlanda è molto più affollato rispetto ad una settimana fa quando sono partita per il nord della Svezia. Più voli, più gente, famiglie che partano in vacanza, gente che torna a casa. Anche se i negozi sono quasi tutti chiusi si respira più aria di normalità.

L’imbarco è ordinato, sembra quasi più lento del solito, ma è forse solo un’impressione. L’aereo è pieno, sarà forse l’effetto delle decisioni di qualche giorno fa, quando la Germania ha deciso di togliere l’obbligo di quarantena per chi proviene della Svezia, considerata adesso sulla buona strada.

Effettivamente anche qui la situazione migliora.

Oltre alle solite istruzioni pre volo, al microfono ribadiscono l’obbligo di mascherina per tutto il tempo ( il mio vicino dall’altra parte del corridoio l’indossa casual con il naso di fuori, il che mi lascia perplessa, il personale di cabina non dice nulla, sul volo di Scandinavian airlines giovedì scorso per lo stesso motivo un passeggero era stato ripreso, giustamente, dalla hostess).

Sottolineano anche, se mai qualcuno avesse un dubbio, che nel caso si dovesse indossare la maschera dell’ossigeno è necessario rimuovere la mascherina!

A differenza di SAS, Lufthansa fa un minimo servizio a bordo, ma anche loro consegnano delle salviette disinfettanti.

Leggo un po’ e poi scrivo come sempre e da sempre durante un volo, chissà come mai questo essere sospesa tra le nuvole mi spinge a mettere mano alla tastiera. Camilla legge.

I pensieri volano, la voglia di essere già a destinazione tanta.

Lo sbarco a Francoforte è fatto 5 file alla volta per evitare assembramenti, in teoria, in pratica secondo me non cambia nulla. Nessun controllo particolare.

L’aeroporto di Francoforte, non fosse per qualche saracinesca abbassata e le mascherine sui visi, sembra lo stesso di prima del virus. Anche le lounge sono aperte, c’è persino la fila per entrare e dentro ovviamente niente buffet ma delle signore guantate e mascherate che servono le solite salsicce, mentre bretzel e patatine sono impacchettati individualmente.

Le distanze sono mantenute sia alla lounge che all’imbarco. A bordo del nostro volo per Milano ci distribuiscono nuovamente delle salviette disinfettanti insieme ad un foglio dove dichiariamo di essere in buona salute e lasciamo un recapito nel caso qualcuno sul nostro volo fosse ammalato nei prossimi otto giorni. 

Voliamo su un tetto di nuvole, arriviamo sopra le Alpi, non esagero se dico che sono emozionata come quando atterro in un posto nuovo, in un paese nuovo. So che atterrerò nel mio paese, ma forse un po’ diverso dopo questi mesi di stress.

Forse l’emozione è anche legata al fatto che non ci credevo fino ad una settimana fa che non ci sarebbero state sorprese, troppi voli cancellati all’ultimo minuto in partenza da Arlanda, troppi programmi saltati e da rifare da capo. Abbiamo fatto bene ad aspettare qualche settimana dopo che la Svezia aveva incominciato a riautorizzare i suoi cittadini a recarsi all’estero, il che poi rimava con la ripresa dei voli stessi.

Atterriamo a Linate, l’aeroporto è deserto, hanno riaperto lunedì e il traffico aereo sembra ridotto ai minimi termini. Niente controlli,  neanche la temperatura. Per recuperare l’auto vaghiamo in un parcheggio totalmente vuoto, diciamo che l’atmosfera non è rassicurante.

Guido verso Torino, stanca e felice, l’autostrada a mezzanotte e vuota, la città anche, parcheggio sotto casa senza difficoltà, ripetiamo gesti compiuti tante volte arrivando dalla nonna, il campanello, l’ascensore, quell’abbraccio che ha un sapore ancora più speciale, dopotutto e nonostante tutto

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