Capisco la voglia di uscire, o forse non avendo subito un lockdown, non la capisco fino in fondo, ma capisco anche la necessità di non buttare all’aria gli sforzi fatti, di mostrarsi responsabili, di pensare che i piccoli passi verso il ritorno ad una vita normale vanno fatti con in testa l’idea che alla normalità per un po’ non si arriverà, ritenendo normale la vita di prima. Potremo vivere, respirare, lavorare, fare shopping, andare al ristorante, ritornare a scuola, incontrare gli amici, ma sempre con un rispetto per le regole, le distanze, le mascherine, lo stare a casa per un semplice raffreddore, proteggere noi stessi proteggendo gli altri. Non sarà servito a nulla entrare al supermercato dopo aver atteso in fila a distanza di sicurezza il proprio turno. Non sarà servito a nulla perdere mesi di scuola per i nostri figli con lezioni centellinate e da dietro uno schermo. Non sarà servito a nulla non vedere i genitori, i nonni, i bisnonni per lunghe settimane, per proteggerli, se poi il richiamo di un aperitivo è più forte del buon senso.
Visti da quassù questi mesi, come ho ripetuto spesso, sono stati strani. Vi ho invidiati all’inizio, avrei voluto che qualcuno mi dicesse di chiudermi in casa e mi obbligasse a suon di multe ( forse più ipotetiche che reali) a spostarmi in quel ristretto perimetro del mio isolato. Avrei voluto che tutti intorno a noi fossero costretti a fare lo stesso. Avrei voluto serrande abbassate, negozi sprangati, economia sospesa. Invece intorno avevo vita, più lenta, ma vita. Avevo ristoranti aperti con tavolini a distanza di sicurezza, orari ridotti, ma esistenti, possibilità di scegliere se comperarmi una maglietta o se sedermi ad un caffè. Mi dava fastidio all’inizio, non capivo perché, mi sentivo quasi in colpa di godere di questo privilegio, in colpa rispetto alla mia famiglia in Italia, ai miei amici in giro per il mondo costretti tra le loro quattro mura, annoiati, preoccupati.
Forse perché la vita qui non si è mai fermata, forse perché qui abbiamo avuto il privilegio di continuare a vivere, adesso sono rimasti pochi cretini ad ammassarsi e quei pochi smetteranno in fretta, sotto lo sguardo vigile di una società che con tutti i suoi difetti rispetta quei REKOMMENDERA ripetuti a gran voce ogni giorno alle due nella conferenza stampa. Raccomandazione che in realtà sono delle velate imposizioni, nelle quali però si fa leva sulla capacità individuale di discriminare ciò che è giusto o sbagliato.
Per settimane ho sentito molti italiani qui, e all’inizio anche me stessa, protestare disperatamente con la voglia di applicare il modello italiano anche a questo paese talmente diverso dal nostro. Per settimane ho atteso e guardato numeri, curve, dati da bollettino di guerra. Poi mi sono messa il cuore in pace e ho incominciato a ritenermi fortunata. Ancora di più lo penso oggi, aprendo il giornale e vedendo come il tana libera tutti abbia preso il sopravvento in Italia, allora mi godo il distanziamento sociale innato in questo popolo un po’ freddo del Nord Europa, non perché ne stia uscendo glorioso nei numeri, che sono comunque alti, ma perché questi numeri sia stati capace di gestirli, e probabilmente continuerà a farlo anche nei prossimi mesi e nel prossimo anno, senza in apparenza cambiare troppo le nostre vite, facendo un lavoro di fino, sulle coscienze, sugli orari, sugli spazi.
Che dire in bocca al lupo all’Italia e a quelli che non si sono precipitati in strada coscienziosamente, ne hanno bisogno!
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