Una delle cose che adoro del vivere all’estero è la possibilità di evolvere in contesti molto internazionali. Mi piacciono le cene e i caffè dove mille lingue si sommano, dove le culture diverse si intrecciano, dove si deve fare attenzione a come si dicono le cose, rispettando chi ha background diversi dal nostro e sensibilità legate a tali background.
Questi incontri sono ricchezza, stimolo, attenzione continua, messa in gioco senza sosta.
Ci si rende conto che alla fine benché si sia tutti provenienti da orizzonti diversi ci si costruisce una solida base comune, ci si supporta e sopporta con dettagli che stridono, con atteggiamenti che interrogano, con frasi che spiazzano.

Si impara anche ad andare al di là dei luoghi comuni, italiani cacciarono, francesi con uno spiccato senso di superiorità, olandesi tirchi, americani falsi, spagnoli caciaroni e festaioli più di noi, giapponesi riservati e difficili da penetrare.
Ci ritroviamo tutti lontano da casa, tutti a fare i conti con una cultura e spesso una lingua che non ci appartiene e di cui cerchiamo di impossessarci a fatica. Siamo tutti bisognosi di ricreare casa, famiglia, amici, siamo in cerca di punti di riferimento, di un mondo che ci parli nel quale sentirci meno soli.
Cerchiamo di crearci intorno una comunità che ci assomigli, di gente come noi, un po’ girovaga, un po’ senza radici o con radici sparse in mondi diversi.
Ci sediamo ad un tavolino e sembriamo una di quelle barzellette del fantasma formaggino: un francese, un italiano, un americano, un tedesco…
Siamo così, nessuno con la stessa storia, lo stesso vissuto, spesso la stessa lingua, allora ci appropriamo di una lingua comune che diventa quella di tutti, nel 90% dei casi l’inglese, e che molto spesso non è quella del paese che ci ospita. Non abbiamo gli stessi ricordi d’infanzia, non giocavamo al pallone tra le stesse case, non frequentavamo le stesse scuole, neanche gli stessi sistemi scolastici, molto raramente canzoni e serie televisive coincidono, paesi diversi, età a volte diverse. Ma ci ritroviamo giorno dopo giorno, settimana dopo settimana e nascono affinità, legami che vanno oltre le barriere che la lingua ci mette davanti, nascono ricordi che rimarranno sempre indelebili e questi ricordi faranno si che negli anni questi legami rimangano come sono.
Anni fa una cara amica che con la sua famiglia ha condiviso i nostri anni giapponesi, mi disse: la nostra amicizia sopravviverà al tempo e allo spazio perché abbiamo condiviso un pezzo di vita lontano dal nostro mondo sicuro e conosciuto, ci siamo trovati ad arrampicarci insieme sugli stessi specchi, a costruire mattoncino dopo mattoncino una vita nuova, appoggiandoci, ascoltandoci o anche solo camminando vicini in silenzio.
Ecco il senso di questa vita, viviamo in fermento continuo, in fibrillazione costante, in eterna costruzione, al di fuori dagli schemi nei quali siamo cresciuti, e ci ritroviamo seduti ad un caffè con intorno una babele di pensieri in lingue diverse che vengono fuori in una sola lingua comune e che si concretizza con la grande solidarietà di chi è perenne straniero in giro per il mondo
Questi incontri sono ricchezza, stimolo, attenzione continua, messa in gioco senza sosta.
Ci si rende conto che alla fine benché si sia tutti provenienti da orizzonti diversi ci si costruisce una solida base comune, ci si supporta e sopporta con dettagli che stridono, con atteggiamenti che interrogano, con frasi che spiazzano.

Si impara anche ad andare al di là dei luoghi comuni, italiani cacciarono, francesi con uno spiccato senso di superiorità, olandesi tirchi, americani falsi, spagnoli caciaroni e festaioli più di noi, giapponesi riservati e difficili da penetrare.
Ci ritroviamo tutti lontano da casa, tutti a fare i conti con una cultura e spesso una lingua che non ci appartiene e di cui cerchiamo di impossessarci a fatica. Siamo tutti bisognosi di ricreare casa, famiglia, amici, siamo in cerca di punti di riferimento, di un mondo che ci parli nel quale sentirci meno soli.
Cerchiamo di crearci intorno una comunità che ci assomigli, di gente come noi, un po’ girovaga, un po’ senza radici o con radici sparse in mondi diversi.
Ci sediamo ad un tavolino e sembriamo una di quelle barzellette del fantasma formaggino: un francese, un italiano, un americano, un tedesco…
Siamo così, nessuno con la stessa storia, lo stesso vissuto, spesso la stessa lingua, allora ci appropriamo di una lingua comune che diventa quella di tutti, nel 90% dei casi l’inglese, e che molto spesso non è quella del paese che ci ospita. Non abbiamo gli stessi ricordi d’infanzia, non giocavamo al pallone tra le stesse case, non frequentavamo le stesse scuole, neanche gli stessi sistemi scolastici, molto raramente canzoni e serie televisive coincidono, paesi diversi, età a volte diverse. Ma ci ritroviamo giorno dopo giorno, settimana dopo settimana e nascono affinità, legami che vanno oltre le barriere che la lingua ci mette davanti, nascono ricordi che rimarranno sempre indelebili e questi ricordi faranno si che negli anni questi legami rimangano come sono.
Anni fa una cara amica che con la sua famiglia ha condiviso i nostri anni giapponesi, mi disse: la nostra amicizia sopravviverà al tempo e allo spazio perché abbiamo condiviso un pezzo di vita lontano dal nostro mondo sicuro e conosciuto, ci siamo trovati ad arrampicarci insieme sugli stessi specchi, a costruire mattoncino dopo mattoncino una vita nuova, appoggiandoci, ascoltandoci o anche solo camminando vicini in silenzio.
Ecco il senso di questa vita, viviamo in fermento continuo, in fibrillazione costante, in eterna costruzione, al di fuori dagli schemi nei quali siamo cresciuti, e ci ritroviamo seduti ad un caffè con intorno una babele di pensieri in lingue diverse che vengono fuori in una sola lingua comune e che si concretizza con la grande solidarietà di chi è perenne straniero in giro per il mondo
Rispondi